Avete mai sentito parlare di CSA, comunità a supporto dell’agricoltura? Se vogliamo procurarci qualcosa da mangiare, andiamo al supermercato e lì troviamo tutto, in ogni momento dell’anno, in gran quantità, privo di difetti e a prezzi bassi. L’industria agroalimentare ci ha abituati a questo, negli ultimi 70 anni. Ma il rovescio della medaglia è che è diventato molto difficile essere sicuri di chi produce il cibo della grande distribuzione, come è stato coltivato e quali sostanze contiene. Per non parlare degli impatti sociali e ambientali che hanno.

Autoproduzione, mercatini e rivenditori locali, acquisti in azienda e a domicilio sono delle ottime alternative. Però ne esiste anche un’altra, meno conosciuta ma dai tantissimi benefici: le Comunità a Supporto dell’Agricoltura. Scopriamo di cosa si tratta.

CSA: cosa sono, storia e quanto sono diffuse

Una Comunità a Supporto dell’Agricoltura (CSA) consiste in un gruppo di persone, di cui una o più sono agricoltori, che decidono di gestire insieme e autonomamente la produzione di un terreno agricolo. I membri della comunità si spartiscono i costi, il lavoro agricolo e la distribuzione dei prodotti, con lo scopo di rendersi quasi o totalmente autosufficienti dal punto di vista alimentare.

Le prime forme di CSA sono nate in Giappone negli anni ’70. In Occidente sono arrivate negli anni ’80, a partire dagli Stati Uniti, per poi diffondersi in Europa negli anni ’90. Secondo un rapporto pubblicato da “Urgency” nel 2021, a quella data erano almeno 2 milioni le persone nel mondo a procurarsi il loro cibo attraverso le CSA.

Csa, semi di comunità a Roma

Csa, semi di comunità a Roma. Soci al lavoro. Foto pagina Facebook Csa Semi di comunità

CSA in Italia

La prima CSA italiana si chiama CAPS, ed è nata a Pisa nel 2010. Arrivati al 2023, ne esistono circa una ventina nel Paese, concentrate nel Nord e nel Centro Italia. E già a partire dal 2019, tutte queste CSA hanno deciso di fondare una rete informale che le riunisce tutte, e così a Firenze è nata la RICSA, la Rete Italiana delle CSA.

Secondo la mappa creata dalla Rete, le CSA attualmente attive sono queste:

  •         Semi di Comunità (RM)
  •         Orto Mangione (SI)
  •         Ortobioattivo (FI)
  •         Terrestra (RA)
  •         Arvaia (BO)
  •         Cresco (CN)
  •         Cascina Sant’Alberto (MI)
  •         CSA Milano (MI)
  •         Orobica Animante (BG)
  •         L’oco – orco che orto (BS)
  •         Piano B (BS)
  •         Naturalmente in Trentino (TN)
  •         Ortazzo (TN)
  •         CSA Mestre – Treviso (TV)
  •         Il Calicanto (VE)

Come è fatta una CSA

Perno di ogni CSA è il terreno agricolo che fornirà i suoi prodotti a tutti o soci. Può essere uno o più di uno. Di proprietà, in affitto, in concessione, o in altre forme di uso-frutto. Può essere pensato per coltivare solo verdura, solo frutta, frutta e verdura, o anche derivati animali come le uova. Può avere una produzione stagionale o annuale. E può estendersi da pochi ettari fino a decine di ettari, collocandosi in aree urbane, periurbane o rurali. Tutto questo è a discrezione delle persone che vogliono fondare la CSA.

Anche per quel che riguarda la forma giuridica, il numero di soci, o i ruoli ricoperti, le possibilità sono tante.

Una CSA può essere un’associazione, una cooperativa agricola, sociale o di consumo, o anche soltanto un gruppo informale. Può essere formata da una decina di persone come da qualche centinaio. E i membri possono dare il loro contributo in tanti modi: produzione, distribuzione, gestione amministrativa, comunicazione interna ed esterna, fino anche a eventi culturali, corsi, laboratori o visite guidate.

cassetta di cibo della CSA di Roma, Semi di comunità

cassetta di cibo della CSA di Roma, Semi di comunità. Foto pagina Fb Csa Semi di comunità

Come funziona una CSA

Premettiamo che ogni CSA è autonoma, e che quindi i singoli aspetti di gestione possono essere diversi da una comunità all’altra. In questo spazio, allora, descriviamo dei metodi generali.

All’inizio di ogni anno agricolo, viene organizzata una riunione fra tutti i membri per stabilire quanto e cosa coltivare, e quindi per definire cose come spazi, costi, materiali e manodopera che saranno necessari. Decisi i costi complessivi, che tengono conto anche di un equo compenso per gli agricoltori, si tiene un’asta anonima, in cui ogni membro offre la cifra che può, pari, minore o superiore a quella media calcolata per tutti. Se non si raggiunge subito il totale previsto, magari perché alcuni membri hanno potuto offrire poco, l’asta si ripete finché il costo totale viene coperto.

Da quel momento in poi, prende il via la vera e propria attività della CSA. I prodotti agricoli vengono via via distribuiti secondo la cadenza decisa dai soci, che possono ritirarli o alla sede della CSA, o in uno o più punti di raccolta prestabiliti. Non c’è controllo, ogni socio si impegna a prendere per sé niente più della quantità che è stata pattuita. Se rimangono delle eccedenze, si può valutare di condividerle con mercati locali, mense, scuole, associazioni, ecc.

Ovviamente, nel corso dei mesi, di riunioni collettive se ne tengono anche altre, per monitorare tutte le attività della CSA e per qualsiasi altra necessità.

Soprattutto, le iniziative di ogni CSA non finiscono qui. Perché il loro scopo non è soltanto quello di autoprodurre cibo, prima di tutto è quello di costruire una comunità intorno al cibo. E allora ecco che le attività possono allargarsi molto: da semplici incontri conviviali fra i soci, fino a eventi culturali, corsi di formazione, laboratori, didattica per bambini, visite guidate nella comunità, o la creazione di contenuti video o di testo, materiali o digitali, da condividere con i soli membri o con il pubblico.

orto di una Csa

orto di una Csa

Svantaggi

Come tutte le cose, anche le CSA hanno sia punti forti che punti deboli.

Il principale limite è di tipo culturale: non è semplice far assimilare alle persone la portata della loro rivoluzione, dopo decenni di credenze e di abitudini create dalla produzione e dal consumo industriale. Il che significa anche che non è semplice trovare un punto d’incontro con le istituzioni.

C’è poi un limite economico. L’investimento da parte dei soci può essere superiore rispetto a quello necessario per acquistare gli stessi prodotti dalla grande distribuzione. Ma, se questo avviene, è perché il mercato opera solitamente in modo del tutto iniquo nei confronti di chi lavora la terra.

Collegato a questo secondo limite, c’è anche quello di riuscire a includere nelle CSA poche o nessuna persona in difficoltà economiche.

Vantaggi

D’altra parte, i benefici sono davvero notevoli.

Visto che si basano su un’agricoltura naturale, il primo beneficio è quello dell’alta qualità del cibo e quindi della salute di chi lo mangia.

Da questo derivano anche benefici ambientali. Perché è un’agricoltura che si fonda sulla biodiversità delle colture, sul rispetto dei cicli naturali e della stagionalità, evitando l’impiego di fitofarmaci e fertilizzanti sintetici e puntando a ridurre sprechi e imballaggi a favore di riciclo, riutilizzo e produzione calibrata sulle reali necessità della comunità.

Le CSA promuovono l’economia locale e l’autosufficienza alimentare, e permettono a tutti i soci di avere un controllo su tutta la filiera del cibo. Restituiscono una dignità umana ed economica al lavoro della terra, spesso fatto di sfruttamenti e ingiustizie contrattuali. E mettono al riparo dalla speculazione che può interessare il mercato alimentare.

Infine, forse i benefici più importanti, cioè quelli sociali e individuali. Le CSA, per come sono concepite, portano a sviluppare responsabilità, fiducia, mutualismo e solidarietà. Creano il dialogo, la collaborazione e un’equa distribuzione di beni fra le persone. E con tutte le occasioni di incontro che prevedono, favoriscono la socializzazione e il rafforzamento delle relazioni.

Enrico Becchi

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Link utili di Csa citate
CSA Semi di comunità a Roma
Orto mangione a Siena
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