I 19 versi della poesia di Giorgio Caproni, proposta tra le tracce alla maturità 2017, sono un breve compendio di ciò che c’è da sapere sul rapporto tra uomo e natura, su ciò che stiamo facendo al nostro pianeta, sulle storture della nostra economia e su ciò che ci aspetta se proseguiamo su questa strada. E mi riempie di speranza pensare che i professori incaricati dal ministero di scegliere le tracce abbiamo deciso di far riflettere gli studenti su questi temi. Forse hanno pensato che ai giovani tutto questo stia già a cuore o magari che dovranno prenderlo davvero sul serio per invertire la rotta suicida che i loro genitori e nonni stanno percorrendo a tutta velocità e senza cinture di sicurezza.

Giorgio Caproni e l’inno alla natura

L’esame di maturità è un ricordo indelebile. Resta a volteggiare nei sogni per tutta la vita e perciò spero che la poesia di Caproni non venga dimenticata. Mi auguro che questi versi e il loro messaggio si insinuino con altrettanta efficacia nei ricordi dei diciottenni di oggi, dei loro genitori, degli zii, dei professori, dei giornalisti e di tutti coloro che in questi giorni hanno commentato, criticato e scherzato sul componimento di Giorgio Caproni, poeta troppo recente per stare dentro i programmi scolatici.

"Versicoli quasi ecologici" di Giorgio Caproni (raccolta Res Amissa)

“Versicoli quasi ecologici” poesia di Giorgio Caproni (raccolta Res Amissa)

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La mia analisi del testo della poesia di Giorgio Caproni

Il Lamantino e il Galagone

Il Lamantino e il Galagone

Neppure io, nella mia lontana terza liceo, feci in tempo a studiare Giorgio Caproni. Posso rimediare oggi, partendo dai “Versicoli quasi ecologici” e mi riprometto di procurami l’intera raccolta Res Amissa. “Non uccidete il mare, la libellula, il vento. Non soffocate il lamento (il canto!) del lamantino. Il galagone, il pino: anche di questo è fatto l’uomo”. Siamo tutti interconnessi, siamo una cosa unica con ogni elemento della natura, ogni animale, ogni vegetale e ogni minerale. Siamo parte del clima che abbiamo mutato, degli agenti atmosferici che abbiamo stravolto, del mare che abbiamo inquinato. Anche se il lamantino e il galagone (due animali davvero fotogenici!) non fanno parte dei nostri incontri quotidiani, la distruzione del loro habitat e la loro stessa scomparsa ci riguardano da vicino. Nella varietà sta la più grande ricchezza, nella biodiversità la sopravvivenza della vita nel pianeta. Per salvare il lamantino e il galagone non occorre andare in America o in Africa, si può cominciare prendendosi cura della terra che si ha più vicina, della nostra alimentazione, si può studiare e si possono cambiare le abitudini.

“E chi per profitto vile fulmina un pesce, un fiume, non fatelo cavaliere del lavoro”. Questa è la parte della poesia che mi piace di più. Qui Caproni punta il dito contro le contraddizioni della nostra organizzazione sociale. Chi produce e crea ricchezza (soprattutto per se stesso) viene premiato, non solo con il cavalierato, ma con l’ammirazione. Quanto è costata quella ricchezza, chi ne ha pagato le conseguenze? Queste domande ce le dovremmo fare più spesso, analizzando i successi delle grandi imprese e anche davanti alla nostra busta della spesa. Il progresso, il benessere, intendiamoci, mi piacciono, ma non dovrebbero più passare dalla devastazione. 

“L’amore finisce dove finisce l’erba e l’acqua muore. Dove sparendo la foresta e l’aria verde, chi resta sospira nel sempre più vasto paese guasto: Come potrebbe tornare a essere bella, scomparso l’uomo, la terra”. Potrebbe essere anche questa la soluzione. L’uomo cambia il suo habitat fino a renderlo inospitale per se stesso, si estingue e pian piano da ciò che resta sorge un nuovo mondo, bello come quello di un tempo. Non saremo stati peggio di un meteorite, e in pochi secoli non resterà che qualche pezzo di roccia scolpita a ricordare il passaggio di una specie particolarmente brava a cambiare il proprio ambiente.

Potrebbe anche andare a finire in un altro modo, con nuove generazioni di uomini che dall’esperienza di chi li ha preceduti prendono il buono e rinunciano al peggio. Attingono alle conoscenze del passato e continuano a studiare per comprendere ciò che li circonda e per averne cura. Custodi di una cultura che non inquina, distrugge, brucia, uccide, ma osserva, comprende, conserva, non spreca e da spazio alla parte migliore dell’umanità. Una cultura permanente, per continuare ad abitare ancora a lungo in un pianeta bellissimo.

Chi era Giorgio Caproni

Giorgio Caproni

Giorgio Caproni

Giorgio Caproni nacque a Livorno nel 1912. A dieci anni si trasferì con la famiglia a Genova, che considerò sempre la sua vera città e dove visse fino al 1938. Dopo studi musicali e due anni di università, a partire dal 1935 si dedicò alla professione di maestro elementare. Nel 1939 fu chiamato alle armi e combattè sul fronte occidentale. Dopo la guerra si stabilì definitivamente a Roma, dove proseguì l’attività di insegnante, dedicandosi contemporaneamente, oltre che alla poesia, anche alla traduzione, soprattutto di opere francesi. La raccolta di versi Res amissa, di cui fa parte la poesia proposta, fu pubblicata nel 1991, un anno dopo la morte dell’autore (biografia inserita nel documento del Ministero dell’Istruzione per gli esami di stato).

Letture consigliate
Res Amissa di Giorgio Capron (libro raro)
Tutte le poesie di Giorgio Caproni

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