Oltre al pollame la massaia si occupava anche dell’allevamento dei conigli, o coniglioli, come li chiamavamo noi. I conigli allevati dalla massaia erano destinati ad uso alimentare per la famiglia permettendo così a tutti di mangiare, anche se saltuariamente, la loro magra e prelibata carne. Questi animali erano allevati autonomamente, in particolare nelle famiglie numerose, anche dalle altre donne. I conigli così allevati erano venduti per ricavarne qualche lira, che permettevano alle nuore, figlie, o nipoti di fare piccole spese che altrimenti non avrebbero potuto permettersi. Infatti i dividendi, provenienti dalle attività principali dei poderi che i capi famiglia potevano distribuire dopo avere pagato le spese generali, erano scarsissimi o inesistenti.

Coniglio allevato a terra

Coniglio allevato a terra

Le donne si prendevano qualche ora di tempo per fare l’erba ai coniglioli e andavano a cercarla sulle prode (ai margini) dei campi o dentro le forme evitando il più possibile di raccoglierla sui prati in quanto questa era destinata al bestiame. Ma anche le pigionali, cosiddette in quanto abitavano in case in affitto ed erano mogli o figlie di operai, artigiani od altri lavoratori, se avevano anche un piccolo spazio dove mettere le gabbie si adattavano a questo allevamento. L’erba andavano a cercarla lungo le strade oppure sugli argini di fossi o torrenti ed in qualunque luogo pubblico questa crescesse. Per trasportarla verso casa si usava il “crino” , specie di cesta che si poneva sulle spalle come uno zaino, oppure si faceva un semplice fascio portato comunque a spalla. Era frequente vedere, in particolare nelle ore pre-serali incontrare queste donne con i loro carichi. Mi viene da pensare cosa ne facesse del suo fascio dell’erba la donzelletta che vien dalla campagna in sul calar del sole cantata dal Leopardi. Il poeta ci dice a cosa le servisse il mazzolino di fiori che porta in mano: alla domenica si ornerà il petto ed i capelli. Non ci dice nulla di cosa ne farà dell’erba, è probabile che anch’essa, come le ragazze di un secolo dopo, di cui io sono testimone, la desse da mangiare ai suoi coniglioli.

Le gabbie dei conigli erano costruite dagli uomini con legname di fortuna: ad esempio con legni ricavati dalle potature degli alberi e lavorati anche grossolanamente con i pochi attrezzi a disposizione. Se non vi era spazio dentro i locali le gabbie venivano sistemate anche all’esterno in un luogo il più riparato possibile. Inoltre le gabbie stesse venivano costruite con maggior cura usando legname più adeguato, tutto questo per proteggere gli animali dal freddo, dal caldo e dai predatori.

Con lo stesso obiettivo le contadine ed anche le altre spesso allevavano anche i piccioni. Questi uccelli trovavano spazio per i loro nidi in qualche soppalco o soffitta, non richiedevano particolari cure ed il cibo se lo andavano a cercare sui campi o lo rubavano alle galline.

A commerciare gli animali da cortile provvedevano i cosiddetti “coltori” persone che giravano per le campagne: alcuni con cavallo e calesse carico di gabbie dove potevano mettere comodamente i loro acquisti, altri più semplicemente con biciclette fornite di robusti portabagagli posizionati sia davanti che dietro dove erano fissate delle ceste. Questi commercianti acquistavano animali vivi, piume o pelli di quelli consumati dai contadini stessi, ma anche uova e persino ferraccio.

Baco da seta

Baco da seta

In Valdichiana in quegli anni si allevavano anche pecore, capre e cavalli ma in misura molto meno diffusa degli altri animali di cui ho parlato e soprattutto non erano allevati dalla nostra famiglia. C’era però un allevamento particolare di cui mi parlava mia nonna (pertanto non sono stato testimone diretto) che doveva esse praticato diffusamente nella nostra zona forse fino agli anni ’30: si trattava dell’allevamento dei bachi da seta. Le poche informazioni di cui ho memoria si riducono a questo: le uova dei bachi erano poste sopra dei cannicci con foglie di gelso, dopo la nascita e durante tutta la fase di crescita e trasformazione i bachi si nutrivano sempre ed esclusivamente delle foglie di questa pianta. Divenuti adulti gli insetti si chiudevano dentro un bozzolo realizzato con il sottilissimo filo che generavano. Quando questi bozzoli erano completati venivano messi in forno allo scopo di uccidere il baco all’interno. Infatti le larve, dopo un certo periodo di letargo, sarebbero uscite da questo involucro praticandovi un piccolo foro. Il bozzolo forato non era utilizzabile, infatti se si andava a disfarlo si ottenevano tanti fili lunghi solo alcuni centimetri, mentre da ogni bozzolo intatto si otteneva un lunghissimo filo di seta. Una piccola parte di questi bozzoli venivano risparmiati dal forno per consentire ai bachi di uscire e completare la loro fase di vita fino all’emissione delle uova per la nuova stagione di allevamento, gli altri erano venduti alle industrie tessili consentendo una integrazione al misero reddito dei contadini.

More di gelso

More di gelso

Mia nonna mi raccontava che da giovane si dedicava alla raccolta delle foglie di gelso ed anche alle altre fasi lavorative necessarie a questa attività. La pianta del gelso, a noi più nota come moro, era presente, quando era ragazzo, in tutti i poderi della Valdichiana. Dalla sua periodica potatura si ricavavano paletti lunghi e sottili che servivano come legna da ardere, ma anche per realizzare le gabbie per conigli. Le foglie erano ancora utili per nutrire il bestiame in estate quando il foraggio scarseggiava. Inoltre queste piante nel mese di giugno maturavano quel frutto molto dolce, le more appunto, di cui io ero molto ghiotto. Il frutto del gelso, mi raccontavano i miei, durante la guerra era servito anche ad alleviare la fame delle persone.

Vasco Della Giovampaola 

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Le galline e l’eclissi di sole
Quando le uova erano una moneta
La chioccia, la cova e i pulcini

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