L’energia elettrica, così come il cibo e l’acqua, dovrebbe essere un bene comune. Un bene primario, che chiunque può autoprodurre e autogestire come preferisce, piuttosto che essere controllato da pochi organismi pubblici e privati (che magari ne approfittano anche per fare speculazione). Ma sarebbe possibile, oggi, una cosa simile? Forse le comunità energetiche sono proprio la risposta che stiamo cercando.

Comunità energetiche: storia, cosa sono e quanto sono diffuse

Una comunità energetica è un gruppo di soggetti che si associano per autoprodurre, condividere, immagazzinare, auto consumare e vendere energia elettrica ricavata da fonti rinnovabili. Per lo più si parla di energia solare, ma non mancano esempi nel mondo che si affidano a idroelettrica o marina.

Si potrebbe pensare che si tratti di un’invenzione piuttosto recente, ma non è così. O meglio, da un punto di vista giuridico sono in effetti recentissime, ma l’idea è vecchia di quasi due secoli. Pare infatti che alcune delle prime comunità energetiche siano nate nel nord Italia già verso la fine dell’Ottocento, sotto forma di cooperative di località montane che, in questo modo, cercavano di garantire un’autosufficienza energetica.

Per fare qualche esempio, vedi la Società Elettrica di Morbegno (1897), la Cooperativa Elettrica Alto But (1911), la Società Elettrica Santa Maddalena (1921), l’Azienda Energetica Prato Società Cooperativa (1926), o la Società Cooperativa Elettrica Gignod (1927).

Nel mondo se ne contano già migliaia di comunità energetiche. Secondo la piattaforma Ener2Crowd, solamente in Italia ad oggi ce ne sarebbero 150, di cui 35 operative, 48 in progetto e 67 in costruzione.

comunità energetiche

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Come si costruisce una comunità energetica

Chi può crearla e entrare a farne parte

Potenzialmente, quasi chiunque può creare una comunità energetica, o entrare a far parte di una già esistente. Possono essere privati cittadini, associazioni, imprese, enti territoriali, scuole, amministrazioni pubbliche. Si parla allora di “autoconsumo collettivo” se la comunità è fatta di almeno due auto consumatori che abitano nello stesso edificio o condominio. Si parla invece di vera e propria “comunità energetica” se questa è fatta da almeno due soggetti che vivono in edifici separati.

Abbiamo detto “quasi chiunque” perché in realtà un limite c’è, anche se è soltanto uno: la distanza. Perché, per far parte di una comunità, è necessario che tutti i membri siano collegati ad una stessa cabina elettrica primaria o secondaria.

Quali possono essere gli impianti

Come si è detto, il tipo di fonte rinnovabile può essere qualsiasi, anche se quella solare va per la maggiore. L’impianto può essere uno già esistente, o può essere costruito: in questo caso, la partecipazione di imprese, enti o amministrazioni è strategica, perché possono essere loro i soggetti finanziatori.

Inoltre, l’impianto rinnovabile non deve per forza essere costruito in un’apposita area da individuare, specialmente se si parla di pannelli solari. Può essere costituito dai singoli impianti installati sui tetti delle case dei membri della comunità. Oppure può essere installato sulle coperture degli edifici delle imprese, o su quelle di scuole e altri edifici pubblici.

Come si crea una comunità energetica

Il primo passo è sicuramente quello di stabilire quante e quali persone sarebbero interessate a far parte di una comunità energetica. A quel punto, si può interpellare il distributore di energia elettrica di zona per capire se queste persone sono o meno allacciate alla stessa cabina primaria o secondaria.

Fatto questo, si può individuare l’impianto (o gli impianti) già esistente da utilizzare, oppure l’area in cui si intende costruirne uno nuovo. I soggetti che faranno parte della comunità, a quel punto, devono costituire un soggetto giuridico, stabilendo ruoli e uno statuto. L’ultimo passo sarà poi quello di fare richiesta al GSE (Gestore dei Servizi Energetici) per l’attivazione della comunità.

comunità energetiche in Italia

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Benefici e limiti

Ambiente, economia e società

I benefici delle comunità energetiche sono ambientali, economici e sociali.

Tra quelli ambientali, c’è ovviamente quello di coprire i fabbisogni energetici con fonti rinnovabili piuttosto che con fonti fossili. Ma c’è anche quello di avere meno perdite energetiche tramite la distribuzione dell’energia, grazie alla minore distanza fra l’impianto e gli auto consumatori.

I benefici economici derivano dal fatto che l’energia prodotta e consumata all’interno della comunità, o quella prodotta in eccesso, viene ripagata dal GSE ai consumatori. E anche dal fatto che il ricavato, volendo, può essere destinato a sostenere nelle spese dei soggetti della comunità che si trovano in difficoltà economiche.

Ultimo, ma non affatto ultimo, i benefici sociali. Perché è evidente che la costruzione e la gestione di una comunità energetica implica una collaborazione, un dialogo, una cooperazione, un sostegno reciproco fra tutti i partecipanti. In altre parole, le comunità energetiche fanno rete (in tutti i sensi).

Limiti spesso legali e burocratici

Per legge, i ricavi dati dell’energia prodotta non possono costituire reddito. Inoltre, questi ricavi variano a seconda che l’energia venga o meno consumata all’interno della comunità. Se in una certa fascia oraria tutta l’energia prodotta viene consumata, allora il GSE riconosce ai membri il valore dell’energia maggiorato di incentivi; se invece rimane un eccesso di energia, questo viene ripagato senza incentivi.

A una comunità possono aderire anche impianti già esistenti, ma in misura non superiore al 30% della potenza complessiva che fa capo alla comunità. Questa potenza complessiva, fra l’altro, può arrivare a un massimo di 1 MW.

Per lo meno in Italia, e per lo meno al momento, le procedure tecniche, burocratiche e autorizzative sono piuttosto lunghe e complesse.

Comunità energetiche in Italia

Ci sono diversi esempi di comunità energetiche in Italia: in Sardegna è da segnalare il caso dei comuni di Ussaramma e Villanoferru che dal 2020 hanno presentato un piano congiunto per rendere autonome energeticamente le due città. Da poco più di un anno questo progetto è diventato operativo con l’installazione di grandi impianti fotovoltaici su tetti degli edifici pubblici (palestre, municipi e centri di aggregazione). I due comuni hanno installato due impianti con una potenza massima di 70 e 50 kW ai quali si sono collegate le utenze dei circa 100 cittadini dei due comuni.

Ci sono altri esempi di comunità energetiche: la “CER” di Magliano Alpi, in provincia di Cuneo, 2 impianti fotovoltaici di 40 kW servono edifici pubblici e privati. A Pinerolo, in provincia di Torino, è stato inaugurato il primo condominio di Altoconsumo Collettivo (impianto fotovoltaico di 20 kW). Nel Veneto il progetto “Energia Agricola a km0” ha coinvolto aziende agricole del territorio, in questo caso il modello si basa su un servizio offerto agli associati Coldiretti, l’acquisto dell’energia dai produttori e la immissione sul mercato dei consumatori. Da segnalare anche l’esperienza di Energia Bene Comune di Torino.

Se hai comunità energetiche da segnalare, commenta pure qui sotto l’articolo, cerchiamo così di creare un elenco, una mappa delle comunità energetiche italiane.

Enrico Becchi

Comunità energetiche e beni comuni (video)

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Fonti articolo
Come costruire e far funzionare una comunità energetica (rinnovabili.it)
Mappa comunità energetiche in Italia (ecquologia.com)
Comunità energetiche nel mondo (lanuovaecologia.it)
Villanoferru e Ussaramma, comunità energetiche (lagazzettadelmediocampidano.it)

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