Erano gli ultimi giorni di settembre quando mio zio e mio babbo al podere “La strada” tiravano fuori dalla cantina, o da qualunque altra stanza fossero riposti, i vasi in legno che servivano a contenere l’uva durante la vendemmia ed in tutte le fasi della trasformazione di questa in vino. Si trattava di bigonzi (o bigonci), bigonze e piccole botti che venivano piazzati in spazi dove non arrivasse il sole. Questi contenitori erano formati da doghe tenute insieme da cerchi anch’essi in legno o metallo. Occorreva estrema cura nel maneggiarli perché c’era il rischio che si sfasciassero e rimanesse sul terreno un mucchio di doghe e cerchi.

Vecchi attrezzi da cantina conservati nel museo San Francesco di Montefalco

Vecchi attrezzi da cantina conservati nel museo San Francesco di Montefalco

Si procedeva poi a bagnarli usando la stagna del ramato. L’attrezzo era così chiamato in quanto serviva ad irrorare le viti con prodotti a base di rame per proteggerle dalle malattie fungine. La stagna consisteva in un contenitore in forma arrotondata adatto ad essere portato in spalla come uno zaino, sul lato destro aveva una leva che alzata ed abbassata azionava una pompa che spingeva il liquido all’irroratore posizionato sulla sinistra. La bagnatura si ripeteva più volte al giorno; i vasi non dovevano mai asciugarsi. I tini e le botti più pesanti non potevano essere spostati e venivano bagnati sul posto: in cantina sopra le loro sedi che erano travi posizionate a circa mezzo metro di altezza dal pavimento su sostegni murati. Il legname bagnato si rigonfia e pertanto dopo circa una settimana i vasi divenivano perfettamente stagni, era tempo di iniziare la vendemmia.

La nutrita squadra dei vendemmiatori, si facevano scambi con i vicini, fornita di panieri, forbici ed anche scale si portava sui filari. Le scale erano necessarie in quanto una buona parte delle viti erano sostenute da alberi e pertanto il prodotto si trovava abbastanza in alto. I bigonzi erano trasportati con il carro in diversi punti del campo. Da cittino (bambino), ben prima dell’età scolastica, anche io avevo un ruolo nella vendemmia, principalmente mi prodigavo nel trasporto dei pendoli verso casa. I pendoli erano due grappoli d’uva cresciuti sullo stesso tralcio. A preparare i pendoli erano gli uomini, esperti in potatura, che pertanto sapevano dove tagliare: non si dovevano assolutamente rovinare i capi.

I pendoli venivano appesi a dei fili che erano sistemati in quasi tutte le stanze al servizio della coltivazione del tabacco. L’uva dei pendoli si conservava per alcuni mesi e poteva essere consumata gradualmente. Per questo scopo si sceglieva uve bianche delle qualità più dolci. Altra uva sia bianca che nera era scelta e trattata con cura per non essere pigiata, sistemata sopra dei cannicci posti in stanze ariose era destinata ad altri usi. La scelta dell’uva di solito si esauriva il primo giorno di vendemmia. La raccolta dei pendoli invece si ripeteva ogni qual volta si trovava una vite della qualità idonea. Contemporaneamente veniva colta l’altra uva destinata al vino, sui filari la nera prevaleva nettamente sulla bianca che in parte veniva separata per fare una piccola quantità di vino bianco, il resto si mischiava con la nera per il rosso. Appena il vendemmiatore aveva riempito il paniere, che era fabbricato dagli stessi contadini con rametti di vinco intrecciati, lo portava presso i bigonzi, dove un addetto formava le some.

Vecchi bigonci

Vecchi bigonci

L’addetto prendeva in consegna il paniere e lo versava nel bigoncio pigiando leggermente l’uva, con le mani o con l’aiuto di un rametto a tre punte, un bigoncio conteneva circa tre panieri, due bigonzi costituivano una soma. Le some, dopo essere pesate con la grossa stadera, venivano divise tra padrone e contadino già sul campo. Al podere Sant’angelo alla formazione delle some si prestava particolare cura in quanto facente parte di una vasta tenuta il cui proprietario vendeva il vino in bottiglie. Questa azienda è stata tra le prime, o forse la prima in assoluto, a commerciare il vino in questo modo nella nostra zona, pertanto l’addetto alle some era un dipendente dell’azienda. Ricordo che questi trasferiva l’uva dal paniere al bigonzo con estrema attenzione togliendo i grappoli non buoni: poco maturi o ammuffiti e li gettava in un altro contenitore che veniva così lentamente a riempirsi dell’uva cosiddetta inferiore. Un’attenzione maniacale il proprietario la pretendeva perché non finisse nelle some un solo grappolo di uva della qualità “fragola” (detta anche americana) in quanto avrebbe rovinato una intera botte di vino.

I vitigni di quell’epoca, parlo sempre degli anni 40 e 50, erano per lo più gli stessi di oggi. Erano però assenti quelli di origine francese. Nella nera prevaleva il prugnolo ma era abbastanza presente il mammolo ed il canaiolo. Della bianca i vitigni più coltivati erano quattro: la malvasia, uva molto dolce era la più raccolta per i pendoli; il pulcinculo, che prende il nome dal punto nero a rilievo che ha in fondo al chicco, particolarmente adatto per il vinsanto; il biancame, così chiamato in quanto l’uva matura assume un colore molto chiaro; il trebbiano,buona uva adatta a tutti gli usi.

Anche gli acini caduti a terra venivano raccolti

Anche gli acini caduti a terra venivano raccolti

Durante la vendemmia i ragazzi oltre al trasporto dei pendoli svolgevano altre funzioni. I più piccoli erano incaricati di raccogliere i chicchi caduti a terra perché, come diceva sempre un nostro vicino, il vino sta dentro gli acini. I più grandicelli potevano cogliere l’uva con i roncolini che erano delle mini falci, le forbici non erano adatte per i ragazzi in quanto a rischio di tagli alle dita, inoltre non ce n’era per tutti. Gli stessi ragazzi e le donne, cui era sconsigliato salire sulle scale, provvedevano anche a vendemmiare le catene a terra poggiandole direttamente sopra i panieri in modo che i grappoli, tagliato loro il picciolo, vi cadessero dentro. Le catene erano formate da intreccio di tralci di più viti che alle volte erano sia bianche che nere per cui la catena aveva grappoli di due colori. Al taglio delle catene che erano poste in alto, in modo che una persona potesse passarci sotto, provvedevano gli uomini da sopra le scale che poi le scendevano a terra.

Vasco Della Giovampaola

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Come si faceva il vino, gli attrezzi in cantina

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