La nostra famiglia, intorno al 1950, al podere Sant’angelo, coltivava barbabietole da zucchero annualmente in un appezzamento di terreno di circa 7 o 8 mila metri quadrati. La semina si effettuava in febbraio o nei primi giorni di marzo, in file distanziate di circa 20 centimetri, servendoci della seminatrice usata anche per il grano. Le piantine spuntavano più o meno dopo 10 giorni. Se la stagione era stata favorevole, con delle piogge, ma non troppe, si vedevano verdeggiare le file senza interruzioni.

Durante la primavera si dovevano effettuare diverse zappature. La prima serviva ad eliminare le piantine in eccesso, le barbabietole sulle file dovevano essere distanti l’una dall’altra almeno una quindicina di centimetri. Successivamente, dopo ogni consistente pioggia, quando il terreno era di nuovo asciutto, le zappature erano necessarie per togliere le erbe spontanee ed allentare il terreno intorno alle piante.

In estate si utilizzavano le foglie delle bietole, quelle esterne più indurite. Per dar mangiare ad oche e anatre  venivano triturare ed impastate con crusca di grano. Inoltre servivano anche ad integrare i pasti dei maiali in quel periodo in cui le erbe scarseggiavano. Venivano anche lessate e usate per contorni ai pasti della famiglia, non erano troppo diverse da quelle coltivate come ortaggi.

Forca per l'estrazione delle barbabietole

Forca per l’estrazione delle barbabietole

Agli inizi dell’autunno, generalmente nel mese di ottobre, si effettuava la raccolta. Per cavare le bietole (estrarle dal terreno), si usava l’apposito attrezzo: era un forcone con i due corni piegati a semicerchio con le punte che terminavano ad una distanza di pochi centimetri l’una dall’altra. Sopra di essi, ai lati, erano saldati due ferretti che servivano ad appoggiarvi il piede per spingere l’attrezzo nel terreno, così che poteva essere utilizzato sia il destro che il sinistro. Si conficcava il forcone nel terreno accanto alla bietola in modo che la punta di questa finisse in mezzo ai due corni, si abbassava poi il manico del forcone e la bietola veniva estratta dal terreno. In certe occasioni, quando il terreno era molto duro, era più pratico usare la vanga che poteva essere spinta in profondità e si poteva cavare la bietola con la sua sottile punta intatta.

Con le bietole cavate venivano fatti dei mucchi sul campo, quindi si procedeva alla scapatura. Questa operazione consisteva nel tagliare le foglie con una falcetta. Il lavoro doveva essere fatto con estrema precisione: se rimanevano residui ci veniva applicata una tara (riduzione in percentuale del peso netto) se tagliavamo troppo in profondità portando via della polpa e perdevamo parte del peso.

Forcone per caricare e scaricare le bietole

Forcone per caricare e scaricare le bietole

Delle bietole scapate si formavano mucchi accanto ai precedenti. Si caricavano poi sul carro agricolo, appositamente chiuso con cancelletti sia davanti che dietro. per il caricamento si usava un grosso forcone a sei corni, quattro dei quali leggermente ricurvi e i due laterali diritti, con le punte ingrossate perché non si infilassero nelle bietole. Questo forcone era molto funzionale permettendo di caricare una buona quantità di bietole, il limite era dato dallo sforzo che doveva fare la persona per sollevare il tutto sul carro. Riempito in carro fino all’orlo si procedeva a sistemare le ultime bietole una ad una con la punta rivolta verso il basso formando una specie di cupola. Così colmato il carro era pronto per andare a fare la consegna che spesso, a causa dell’orario, si effettuava il giorno seguente.

Al mattino, attaccate le vacche al carro, si partiva per la stazione di Montallese che distava dal nostro podere appena 4 chilometri. Arrivati là dovevamo fare sempre un po’ di fila davanti alla pesa, in quanto altri carri erano in arrivo alla stessa ora. La bascula aveva una grande piattaforma metallica installata al pari del terreno dove saliva il carro con le bestie che lo trainavano. All’interno del casottino dove erano posizionati gli strumenti della bascula, l’addetto prendeva nota del peso lordo del carico. Si accostava poi il carro al vagone e mio babbo, salito sopra, gettava manualmente nel vagone le barbabietole posizionate verticalmente, poi con il solito forcone svuotava completamente il carro. Tutta l’operazione durava circa un’ora in questo tempo io stavo davanti alle bestie in modo da evitare che si muovessero. In questo frangente la persona incaricata dallo zuccherificio controllava che le bietole fossero ben scapate e che non avessero residui di terra attaccata. Dopo la pesata del carro vuoto si provvedeva a togliere con una scopa la terra che inevitabilmente rimaneva sul fondo. L’uomo dello zuccherificio si apprestava alla compilazione del buono che determinava il peso netto di quel carico. Qui nasceva sempre una discussione o trattativa per l’applicazione delle tare di cui abbiamo accennato. Alcune volte ho sentito l’addetto affermare che, siccome le bestie nell’intervallo tra le due pesate avevano fatto i loro bisogni e questo tornava a vantaggio del contadino, lui doveva ringraziarlo se non ne teneva conto. Infine veniva consegnato il buono che costituiva titolo di credito. I buoni ottenuti al termine della raccolta erano trasferiti al proprietario del podere o al suo amministratore che provvedeva alla riscossione, come accadeva per tutti i ricavi del podere. Il contadino avrebbe riscosso al momento della chiusura generale dei conti, cosa che avveniva abbastanza raramente, ovviamente se vi risultavano degli utili.

Cumulo di barbabietole da zucchero

Cumulo di barbabietole da zucchero

Intorno agli anni ‘60 vi furono dei cambiamenti nella raccolta delle barbabietole in quanto per il trasporto si provvedeva con i camion. Un autotreno veniva nelle campagne e depositava il rimorchio presso un podere mentre la motrice andava a fare il carico da un altro contadino. I mezzi venivano sistemati all’inizio del campo su terreno sodo perché era alto il rischio, se erano avvenute recenti piogge, che i mezzi affondassero creando grosse difficoltà per venirne fuori. La raccolta sul campo non presentava alcun vantaggio. Infatti le barbabietole dovevano essere caricate sui carri e trasferite poi sul camion. Completato il riempimento dei due pezzi l’autotreno partiva per lo zuccherificio e lì avvenivano la pesa e gli altri controlli.

Su richiesta dei contadini il camion che veniva per il carico delle barbabietole poteva all’andata trasportare i cosiddetti tagliatini che erano scaricati in uno spiazzo vicino alla casa colonica. I tagliatini non erano altro che la polpa delle barbabietole fatta a striscioline, da qui il nome, cui era stata tolta totalmente la parte zuccherina. Queste polpe erano pagate allo zuccherificio senza nessuna relazione con le bietole consegnate e servivano come mangime per i maiali, in verità non molto gradito da questi.

Vasco Della Giovampaola

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