Il nemico numero uno per le galline era la volpe o golpe come la chiamava qualcuno. Capitava che dei giovani girassero per la campagna presso i contadini esibendo una pelle di volpe. Affermavano di averla da poco catturata e che quindi avevano eliminato un grosso pericolo, in quanto lo sappiamo che se una volpe entra nel pollaio fa una autentica strage. Pertanto chiedevano uova come compenso. Noi contadini avevamo il dubbio che quella pelle fosse la stessa che circolava per le campagne da diversi anni e che a variare fosse solo la persona che la esibiva, nonostante ciò erano in pochi a negare loro qualche uovo.

Le uova erano una fonte di nutrimento importate per noi. Venivano preparati in vari modi: a frittata, sodi, cotti in padella o in altro altro modo, servivano inoltre per la pasta. Potevano essere anche bevuti. Mia mamma spesso raccoglieva nel pollaio un uovo appena fatto e dopo aver praticato, con uno spillo o ago sottile, un foro in cima ed uno in fondo me lo dava a bere. Succhiando l’uovo veniva fuori un sottilissimo filo del contenuto, prima la chiara (albume) e per ultimo la galla (tuorlo). In questo modo l’uovo si svuotava completamente pur apparendo all’esterno perfettamente intatto. I forellini erano così piccoli che non si notavano nemmeno. Questa tecnica evitava il disgusto che si poteva provare, in particolare con l’albume, se arrivava in bocca un flusso più grande.

Anatra con il suo anatroccolo

Anatra con il suo anatroccolo

Le galline comunque generano le uova per la loro riproduzione. Pertanto, dopo aver fatto un certo numero di uova, circa 20, queste divenivano chiocce. Cambiavano completamente comportamento, erano più docili, si facevano prendere senza resistenza, la loro voce diveniva molto più fioca. A questo punto mia nonna preparava il nido dentro un cesto con la paglia, poneva dentro una ventina o poco più di uova e la chioccia istintivamente si accovacciava sopra. Tutti i nidi erano sistemati dentro la stufa del tabacco, stanza illuminata solo da alcune finestrine e con le pareti nere per il fumo, quindi quasi buia. I nidi in primavera erano tanti, occupavano quasi interamente una parete. A covare erano principalmente galline, ma anche qualche billa (tacchina), anatre e faraone. Alle bille, essendo uccelli molto grossi, toccava covare anche uova degli altri. Infatti le oche e le nane non covavano. In verità di nane ve ne erano di due razze: quelle comuni molto chiassose non covavano, le altre dette mute in quanto emettevano solo suoni quasi impercettibili, invece covavano diligentemente. Le uova dei vari animali si riconoscevano dalle dimensioni e dal colore. Quelle di gallina in quell’epoca erano bianche, solo in seguito vennero introdotte razze dalle uova rossicce. Anche le uova di anatra e oca erano bianche, ma di dimensioni più grandi, quelle dell’oca circa il triplo. Mentre quelle del tacchino, poco più piccole di quelle d’oca, avevano colore chiaro con tante macchioline marroni.

uovo di tacchino

uovo di tacchino

Mia nonna, durante il periodo delle cove, teneva a disposizione delle madri acqua e becchime in abbondanza. Inoltre entrava nella stanza più volte al giorno. Durante queste visite, aprendo la porta, la stanza si illuminava a sufficienza e le chiocce, anche stimolate dalla massaia lasciavano la cova per andare a mangiare. Restavano fuori dal nido solo pochi minuti, le uova non dovevano assolutamente freddarsi.
Il periodo di incubazione delle uova variava, ma solo di pochi giorni, a secondo della razza. Per le galline mi sembra che durasse 21 giorni, al termine del quale le uova si schiudevano tutte insieme e venivano fuori i pulcini. Circa a metà periodo di cova la massaia provvedeva alla spera delle uova. Questa operazione si poteva effettuare solo con il sole pertanto, essendo la porta della stufa esposta a sud-est, le ore utili erano quelle del mattino. Mia nonna entrata dentro la stanza, alle volte la seguivo, chiudeva la porta quasi completamente lasciando solo uno spiraglio da cui entrava un raggio di sole sottile come una lama. Prendeva poi qualche uovo alla volta dai nidi li accostava alla lama di luce e nel contrasto tra l’oscurità e la forte luce si vedeva l’interno dell’uovo ed ella era in grado di riconoscere se era buono o cattivo. Le uova buone le segnava con un carboncino per distinguerle da quelle non controllate e le riponeva immediatamente sotto la chioccia, ne prendeva altre e continuava la verifica. Riconoscere le uova buone dalle cattive non era difficile, anche io avevo imparato distinguerle. Le uova buone avevano la punta bianca mentre al centro si vedeva una estesa macchia scura, era il pulcino in formazione, le cattive presentavano un colore grigio chiaro uniforme. Dopo la spera le chiocce si trovavano sotto un numero minore di uova e potevano covarle meglio, quelle bogliole finivano nella concimaia. Normalmente le uova buone erano circa l’ottanta per cento. Una percentuale sensibilmente più bassa significava che il gallo non era più abbastanza bravo e doveva essere sostituito.

Vita nel pollaio

Vita nel pollaio

Dopo nata la covata, la madre con pulcini tornava alla vita all’aria aperta. I pulcini le stavano sempre intorno e lei li chiamava continuamente. In caso di pericolo, ad esempio una pioggia improvvisa, la chioccia li radunava sotto di se e li covava come quando erano solo uova. Alle volte succedeva che durante una intensa tempesta di pioggia e vento la chioccia non riuscisse a proteggere i suoi piccoli. In questi casi la massaia si precipitava in loro soccorso. I pulcini, tutti bagnati venivano raccolti e avvolti in una coperta di lana e messi vicino al fuoco in modo che si riscaldassero e si asciugassero rapidamente. Appena asciutti iniziavano il loro allegro pigolio, il pericolo era scampato, però non sempre finiva in questo modo.
Qualche volta è accaduto che mia nonna avesse la sorpresa di veder apparire sull’aia una chioccia con la sua covata di pulcini. Si trattava di una di quelle galline che tendevano a deporre le uova, invece che nel pollaio, in un loro nascondiglio. Il nido non era stato scoperto dalla massaia e fortunatamente neanche da qualche animale nocivo, quale volpe, donnola o puzzola. Così la gallina era riuscita a portare a termine autonomamente il suo dovere di madre. Mia nonna riconosceva la sua gallina affermando che gli sembrava che mancasse qualche membro del pollaio, ma siccome era molto affollato non ne era sicura.

Si usava anche allevare una chiocciata di pulcini, invece che nel pollaio, in un capanno posto su un prato lontano da casa. Si trattava di una specie di gabbia delle dimensioni circa di 150 x 80 centimetri in legno con il tetto spiovente ed impermeabilizzato per proteggerlo dalla pioggia. Doveva essere anche ben solido da resistere all’assalto di eventuali animali predatori. Aveva una porticina sul davanti che alla sera era chiusa anche con un lucchetto per evitare possibili furti. Avendo a disposizione un prato tutto per loro i polli crescevano senza bisogno di becchime, si nutrivano di insetti e di quanto altro trovassero sul campo, il loro allevamento non aveva pertanto alcun costo, si doveva provvedere solo a non far mancare loro recipienti con acqua. Continua…

Vasco Della Giovampaola

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Le galline e l’eclissi di sole
Quando le uova erano una moneta

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