Agli inizi dell’inverno riprendeva la lavorazione del tabacco. Se persisteva la tramontana era necessario depositare le foglie nella stalla del bestiame per qualche giorno. Questo locale, grazie ai fiati delle bestie, si manteneva sempre caldo ed umido. Là il tabacco si ammorbidiva ed era possibile lavorarlo. La prima cosa da fare era togliere il tabacco dalle pertiche, staccare le foglie dalle piante o scucirle (per quelle non attaccate al fusto di cui ho parlato nella parte dedicata alla raccolta). Gli strocchi (piante private delle foglie) venivano depositati in una stanza, perché, come vedremo, servivano ancora.

Donne impegnate nella lavorazione del tabacco

Donne impegnate nella lavorazione del tabacco

A questo punto iniziava la scelta. Si ammucchiava il tabacco nel granaio (parlo del podere S.Angelo), una stanza al primo piano con finestra ben esposta al sole. Mio padre sistemava delle tavole sostenute da caprette (cavalletti) che prendevano tutta la parete della finestra realizzando così un tavolo, quindi vi metteva sopra un bel mucchio di foglie ed iniziava la selezione. Le scelte erano tre: prima, seconda e terza. Analizzava una foglia alla volta, stendendola  completamente davanti alla luce che proveniva dalla finestra. Se il suo colore era marrone lucente e non aveva difetti la inseriva nella prima scelta. Le foglie classificate di seconda scelta avevano lievi difetti, quali piccole rotture o colore leggermente più opaco. Alla terza scelta erano destinate le foglie che durante l’essiccazione avevano assunto un colore più scuro, forse perché non perfettamente granite (mature), o erano particolarmente rovinate. Nessun altro componente la famiglia si sentiva in grado di aiutare mio padre in questa delicata fase della lavorazione. Pertanto tutti gli anni invitava sua cugina Maria, che per diversi giorni gli dava una mano. La Maria, come veniva chiamata da tutti noi, era esperta di tabacco in quanto aveva lavorato al “magazzino”. Era una signora molto distinta che abitava in paese, raggiungeva il nostro podere in bicicletta, ma la distanza da percorrere non era molta.

Con l’inizio della scelta partiva immediatamente anche la lavorazione serale del tabacco. Appena terminata la cena le donne sparecchiano e toglievano la tovaglia. Sul lungo e ampio tavolo in marmo veniva portato un bel mucchio di foglie e almeno tre persone cominciavano a fare “le lunghezze”. In questa operazione era molto bravo mio fratello più grande che realizzava dei perfetti trapezi. Quelle che noi chiamavamo lunghezze non era altro che la misurazione delle foglie. Funzionava in questo modo: si prendeva una foglia con due mani, una in cima l’altra in fondo, si stirava leggermente e si depositava sopra il tavolo. La seconda foglia andava accanto alla prima, a sinistra se era più corta, a destra se era più lunga. Di seguito le foglie venivano sistemate secondo la loro lunghezza e alla fine si aveva un bel mucchio di foglie a forma appunto di trapezio con il lato corto a sinistra e quello lungo a destra.

Insegna di una rivendita di tabacchi, monopolio di stato

Insegna di una rivendita di tabacchi, monopolio di stato

Finita la prima lunghezza gli addetti a questa funzione ne iniziavano una seconda, mentre gli altri familiari, di solito i più giovani, tra cui io stesso, facevano i mazzi. Questo lavoro risultava abbastanza semplice dopo che le foglie erano ben allineate come abbiamo descritto. Si prendevano le foglie, cominciando dalle più corte, si tenevano in mano con la costola all’esterno, contemporaneamente si contavano. Ogni mazzo era formato da cinquanta foglie. Alla fine il mazzo risultava perfettamente pareggiato, in quanto le foglie più corte stavano all’interno quelle più lunghe all’esterno. Veniva legato molto stretto in cima, dove le foglie avevano solo la costola, mentre una seconda legatura, molto più lenta, veniva fatta a metà del mazzo per evitare che si spaiasse. Per le legature veniva usato lo scérpolo, un pianta erbacea simile al giunco molto resistente anche da secca che cresce nella palude del Chiaro (lago di Montepulciano). Con una lunghezza si realizzavano 5 o 6 mazzi di dimensioni crescenti.

Durante queste lunghe serate di lavoro si facevano anche molte chiacchiere. Se capitava qualche vicino a veglia si accomodava nel cantone dove se ne stava fisso mio nonno a fumare la pipa. In questi casi la conversazione era ancora più animata e magari mio padre raccontava per l’ennesima volta di quando gli affondò la nave. Anche i lavoratori del tabacco ogni poco tempo, in particolare nei periodi più freddi, andavano a scaldarsi vicino al fuoco. Ogni sera si lavorava fino circa le undici, poi i mazzi di tabacco veniva riposti nel solito granaio, le donne provvedevano a lavare il tavolo e a riordinare la cucina. Diverso tempo occorreva per lavarsi le mani. Infatti il tabacco lasciava una patina spessa, appiccicosa, color marrone scuro, molto resistente ad acqua calda e sapone (anche durante la lavorazione del tabacco fresco le mani si coprivano di una patina color marrone verdastro, molto più spessa di quella lasciata dal secco, che però era più facile a lavarsi). Nelle serate della lavorazione del tabacco la famiglia non andava a dormire prima della mezzanotte.

Continua a leggere:

STROCCHI E ORECCHIOLI

I TORCHI

LEGGI le parti precedenti sulla coltivazione del tabacco in Valdichiana negli anni 1940-50:

LA SEMINA

LA PIANTAGIONE 

SBRANCIATURA E SCACCHIATURA 

LA RACCOLTA

L’ESSICCAZIONE