Mio padre lasciava passare alcuni giorni in modo che il tabacco cominciasse ad ingiallire, poi calava nel focolare alcuni grossi ceppi, legna fina e paglia e accendeva il fuoco. Nel frattempo aveva ricoperto la lastra del focolare con uno strato abbastanza alto di tufo su cui versava acqua perché all’interno della stufa si mantenesse la giusta umidità. Il fuoco doveva bruciare molto lentamente (per  la scarsità di ossigeno non esisteva quasi fiamma) e non doveva spegnersi mai fino alla completa essiccazione delle foglie. Pertanto mio padre doveva andare abbastanza spesso dentro la stufa (anche nelle ore notturne) per controllare il fuoco, eventualmente aggiungere legna, ma anche gettarvi dell’acqua se la combustione era troppo veloce. Inoltre doveva mantenere la giusta quantità di acqua sopra il tufo. Spesso seguivo mio padre dentro la stufa, ma vi restavo solo qualche minuto. Era cosi piena di fumo che non si vedeva quasi nulla e gli occhi cominciavano subito a bruciarmi. Mi chiedo ancora come potesse resistervi mio padre che vi  restava quasi mezz’ora, certo non era un lavoro salutare.

Stufa e stufina del podere Sant’Angelo oggi

Stufa e stufina del podere Sant’Angelo oggi

Il tabacco con questo trattamento prendeva il classico colore marrone a cominciare dalle punte e dai bordi delle foglie. Con il passare dei giorni la colorazione arrivava all’interno delle stesse, il colore verde resisteva più a lungo sulle costole delle foglie. Occorrevano otto o dieci giorni perché l’essiccazione fosse completata. A questo punto si lasciava spegnere il fuoco e si arieggiava la stufa aprendo le finestrelle e la porta. Dopo qualche giorno si svuotava la stufa. Il tabacco da secco occupava molto meno spazio. In una pertica vi entravano quasi il doppio di piante che da verde. A questo punto si doveva trovare una sistemazione al tabacco essiccato. Al podere Santangelo avevamo anche la stufina, una stanza molto più piccola della stufa, dove si potevano piazzare tre o quattro piani di pertiche. Dal momento che il tabacco era ristretto vi entrava una intera stufata.

All’interno della stufina, il cui tetto è parzialmente crollato, si vedono i fili su cui venivano appoggiate le pertiche

All’interno della stufina, il cui tetto è parzialmente crollato, si vedono i fili su cui venivano appoggiate le pertiche

Si procedeva quindi alla successiva raccolta del tabacco con la stessa procedura della prima, la stagione era avanzata e faceva meno caldo. Stesso procedimento e stessi tempi per l’essiccazione. Questa volta però il tabacco una volta ristretto veniva collocato in diversi luoghi: la capanna (rimessa dei carri agricoli, falciatrice, ecc.), la cucina, il granaio. Al podere La Strada, essendoci meno spazi, venivano riempite anche tutte le camere da letto. Questi locali erano attrezzati con fili di acciaio dove si posavano le pertiche cariche di tabacco. La presenza del tabacco, oltre al forte odore, provocava l’effetto sonoro di attutire tutti i rumori e le parole delle persone, le foglie arrivano poco sopra la testa. Al contrario, quando veniva tolto, si aveva l’impressione che le stanze rimbombassero.

Foglie di tabacco appese a essiccare

Foglie di tabacco appese a essiccare

Alla terza ed ultima raccolta naturalmente non era necessaria nessuna scelta in quanto il tabacco veniva raccolto tutto. La stagione molto avanzata, si finiva ad ottobre, comportava il rischio di qualche gelata precoce che avrebbe rovinato la produzione. Durante l’autunno c’era una breve tregua in questa lavorazione, il tabacco restava appeso alle pertiche per qualche mese. Ricordo che in questo periodo la sua consistenza variava in base alle condizioni climatiche: se c’erano le nebbie o la pioggia diventava morbidissimo, quasi bagnato, se spirava la tramontana diveniva così rigido che si sarebbe sbriciolato solo a toccarlo.

Continua a leggere: La scelta del tabacco e le veglie intorno al fuoco 

LEGGI le parti precedenti sulla coltivazione del tabacco in Valdichiana negli anni 1940-50:

LA SEMINA

LA PIANTAGIONE 

SBRANCIATURA E SCACCHIATURA 

LA RACCOLTA