Le galline facevano le uova in abbondanza solo in determinati periodi dell’anno. Nei mesi di novembre e dicembre le uova erano una rarità. In gennaio comincia il periodo più prolifico che continuava per mesi. Le uova oltre ad essere consumate in famiglia rappresentavano una merce di scambiosi può dire che le galline battessero moneta. Ricordo che mia nonna o mia mamma alle volte mi mandavano a fare la spesa in una bottega di generi alimentari.

Le uova erano utilizzate come merce di scambio

Le uova erano utilizzate come merce di scambio, si poteva fare la spesa pagando in uova

I negozi erano presenti in tutti i piccoli centri abitati. Mi veniva affidata una sporta con dentro delle uova, che servivano per pagare la spesa. Il prezzo era stabilito dal negoziante per ogni coppia di uova e, alla fine della spesa, questi faceva il conto tra le uova consegnate e i generi acquistati. Di solito dovevo aggiungere dei soldi, ma capitava anche che fosse il negoziante a pagare la differenza. Il momento di maggior consumo delle uova era per la Pasqua. Quando passava il prete per la benedizione delle case la massaia metteva sul tavolo una grossa zuppiera piena di uova da benedire che poi erano consumate la mattina di Pasqua lessati in acqua (uova sode). Altre uova, depositate su un piatto, erano per il prete, costituivano l’offerta per la benedizione. Il prete aveva al seguito dei ragazzi che con dei cesti portavano le uova raccolte. Inoltre le uova venivano accantonate in grande quantità per fare i dolci pasquali. Questi dolci solitamente si facevano la mattina del Sabato Santo. Le uova venivano aperte la sera prima. Si poneva una grossa pentola sopra il tavolo e accanto il paniere con le uova. Le donne e ragazzi le rompevano battendole sull’orlo della pentola  e versando il contenuto dentro la stessa. Le uova da rompere potevano essere dalle 80-100, ma anche oltre, secondo il numero dei componenti la famiglia. Altre uova, circa una dozzina, servivano per fare il ciambellone ed erano rotte la mattina stessa, separando le chiare dalle galle.

Tipiche ciambelle toscane a base d uova

Tipiche ciambelle toscane a base di uova

I dolci pasquali erano ciambelle in quantità e il ciambellone. Gli impasti erano fatti separatamente perché le preparazioni di questi due dolci erano completamente diverse. Gli ingredienti per le ciambelle erano uova sbattute ed impastate con acqua, farina, zucchero, lievito e qualche aroma. Si formavano poi dei cerchi di varie dimensioni che erano posti sopra fogli di carta paglierina. Era necessario fare attenzione alle proporzioni tra lo spessore dei cerchi e la larghezza del foro al centro in quanto, durante la cottura, la pasta si gonfiava notevolmente e poteva chiudersi totalmente prendendo la forma di una pagnotta di pane, di qui il detto: “non tutte le ciambelle riescono col buco”. Il ciambellone era fatto con un impasto molto più tenero, quanto agli ingredienti credo che non si differenziassero molto da quelli delle ciambelle, però richiedevano una lavorazione completamente diversa. Questa pasta era versata dentro una teglia con al centro una bottiglia in modo che anche questo dolce venisse con il buco al centro. Alla fine ciambelle e ciambellone venivano poste dentro il forno ben caldo riempiendolo completamente. Per noi ragazzi, ma anche per gli adulti, cominciava l’attesa della sfornata per assaggiare queste, per noi prelibatezze. Però, anche se fossero state sfornate in anticipo, era severamente proibito da mia nonna mangiare le ciambelle prima di mezzogiorno, eravamo ancora in fase di vigilia. Quando poi a mezzogiorno in punto di quel sabato santo, dopo che erano rimaste mute per tre giorni, si scioglievano le campane iniziando quel vigoroso e prolungato suono a festa, era il momento dell’assalto alle ciambelle. Quando negli anni ’50 fu modificata la tradizione dello scioglimento delle campane, non più a mezzogiorno ma a mezzanotte, mia nonna rimase profondamente delusa, minacciando lo sciopero della messa.

Il Bruscello si rappresenta ancora nella Piazza Grande di Montepulciano

Il Bruscello si rappresenta ancora nella Piazza Grande di Montepulciano

In quegli anni persisteva ancora la tradizione degli spettacoli itineranti ideati e realizzati dai contadini stessi. Si trattava essenzialmente di due filoni: il bruscello e sega la vecchia. Il primo ricordo di averlo visto una sola volta, ero poco più che bambino, nella casa di un contadino nostro vicino. Si trattò di un episodio storico recitato, o meglio cantato, con molti personaggi in costume interpretati ancora da contadini.  La rappresentazione di sega la vecchia portava questo nome in quanto le storie  avevano un finale comune. Gli attori seguivano un canovaccio, tutte le storie erano ideate, scritte, modificate e rielaborate in modo che non si raccontasse mai un identico episodio, ma finissero sempre con la necessità di segare una vecchia. Si trattava di commedie farsa riguardanti la vita delle famiglie di contadini. I personaggi non erano molti, difficilmente arrivavano a dieci, ed erano interpretati solo da attori maschi, per le parti femminili si ricorreva a travestimenti. Alcuni ruoli erano immancabili come quello di vecchia, vecchio, figlio e nuora. Vi erano poi ruoli che variavano a secondo delle storie quali: il dottore, il curato, i carabinieri, il secondo figlio o altri. I racconti avevano sempre un lieto fine, la vecchia cui doveva essere segata la testa si salvava sempre all’ultimo momento dall’intervento o dei carabinieri o del figlio soldato o in qualche altro modo. Oppure poteva essere resuscitata dall’intervento miracoloso di un prete o del dottore. I costumi erano arricchiti da innumerevoli nastri e fiocchi di carta colorata. Solo la vecchia madre era sempre vestita di nero e senza orpelli.

Questi spettacoli si effettuavano solamente nel periodo della quaresima. Il gruppo dei partecipanti cominciava lavorare al progetto almeno un mese prima. Si dovevano imparare a memoria le parti, preparare i costumi e fare innumerevoli prove per perfezionare ogni particolare onde evitare figuracce durante le recite. La compagnia era accompagnata da un musicante, per lo più fisarmonicista, che suonava sia ad inizio e fine recita che durante gli spostamenti da una casa all’altra. L’avvicinarsi della compagnia  era udito dalle famiglie a distanza, così che tutti si affacciavano a vedere questo gruppo di persone colorate che mettevano allegria. Il vecchio, che fungeva da capocomico, chiedeva al capoccia se faceva passare la vecchia. Con risposta positiva la compagnia saliva in casa e recitava con la massima diligenza il suo copione. Le uscite della compagnia si effettuavano di sera e nei pomeriggi dei giorni festivi. Ma in quale modo erano pagati i compensi, sempre discrezionali, per questi spettacoli? Solo e sempre la moneta erano le uova.

Alla fine della stagione teatrale la compagnia vendeva le uova e con il ricavato di solito si organizzava una cena dopo la quale si poteva ballare alla musica del solito suonatore. Al ballo  affluivano numerosi ragazzi e ragazze della zona.

Vasco Della Giovampaola 

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La chioccia, la cova e i pulcini

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Le galline e l’eclissi di sole

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