L’uomo incaricato in primis di accudire il bestiame prendeva il titolo di bifolco. Il bifolco era obbligato dal suo incarico ad alzarsi molto presto anche nelle fredde mattinate invernali. A questo proposito voglio scrivere il racconto che sentivo fare da cittino (bambino), in particolare per bocca di mio nonno, che sembrava anche divertirsi molto nella narrazione.

La storia del bifolco che aprì l’anta sbagliata

In una notte invernale un bifolco si alzò dal letto, al buio perché all’epoca non esisteva energia elettrica nelle case di campagna e non era il caso di accendere la candela ogni volta che qualcuno si alzava. Andò lentamente all’acquaio (lavandino di cucina) a bere un sorso d’acqua, poi aprì un attimo la finestra e se ne tornò in camera. Purtroppo però commise l’errore di aprire la dispensa invece della finestra. Salito sul letto la moglie gli chiese: perché non sei andato alla stalla? Perché è presto, è ancora buio. La moglie chiese ancora: il tempo com’è? “E’ nuvolo, puzza d’olio e l’aria sa di cacio” fu la risposta.

Un bifolco nella stalla con vacche e vitellino

Un bifolco nella stalla con vacche e vitellino. FONTE https://www.ilpalio.org/allevamento.html

L’acqua calda per i pastoni

Anche io da ragazzo al podere S.Angelo, pur non avendo la qualifica di bifolco, dovevo andare ad aiutare nella stalla. In inverno era dura uscire da sotto le coperte, le case dei contadini erano molto fredde, in particolare le camere, dove non esisteva nessuna forma di riscaldamento. La nostra era nuova e pertanto gli infissi chiudevano abbastanza bene, ma in alcune uscivano dalle finestre degli spifferi così forti che si sentiva il vento sulla faccia anche stando sul letto. Dopo alzato e sceso sulla stalla, però, non sentivo più freddo in quanto questo era il locale più caldo di tutta la casa. Era riscaldato dal fiato delle bestie, tanto che spesso le persone si riunivano per parlare e per stare insieme proprio nella stalla. Al mattino il mio primo compito era quello di fare fuoco alla caldaia che si trovava dentro la stanza erbaio, compito piacevole in quelle fredde mattinate. La caldaia era un recipiente in ghisa di forma cilindrica con il diametro di base più corto di quello della sommità, il fondo era leggermente concavo all’interno e il coperchio, anch’esso in ghisa, era formato da vari cerchi concentrici, in modo che potevamo coprirla in modo totale o parziale. La caldaia era sostenuta da una struttura in muratura dove in basso si trovava lo spazio per il fuoco da dove partiva la canna fumaria che usciva sul tetto. La sera avanti veniva preparata la legna e riempita di acqua la caldaia. L’acqua calda serviva per preparare i pastoni (farina con acqua) a vitelli e maiali, ed anche per abbeverare le bestie alla fine del pasto.

I lavori nella stalla

Un vecchia stalla con il corridoio centrale.

Un vecchia stalla con il corridoio centrale. FONTE http://www.jesololido.net/chiaro-scuro.html

Al mattino il lavoro nella stalla era tanto e non poteva essere svolto da una sola persona. Per prima cosa si doveva ripulire la lettiera dagli escrementi prodotti durante la notte. Venivano raccolti e caricati sulla speciale barella a pioli e trasportata da due persone sopra la concimaia. Alla lettiera si aggiungeva nuova paglia per renderla di nuovo accogliente. Contemporaneamente si forniva il foraggio agli animali, depositandone un piccola quantità sulla mangiatoia davanti ad ogni capo. Si attendeva che mangiassero interamente questa prima dose prima di portagliene una seconda. L’operazione si ripeteva 5 o 6 volte. Si doveva fare attenzione, tra una portata e l’altra, di non lasciare le bestie a musaroni. Per “stare a musaroni” si intende la posizione che assumevano le bestie quando, finito il foraggio, stavano con la testa girata indietro a guardare il bifolco che sembrava chiaramente volessero dire: ho ancora fame portamene dell’altro. Per completare il pasto le bestie impiegavano un’ora e mezzo o due. Il foraggio veniva servito a piccole dosi per evitare che fosse sprecato, in quanto gli animali, trovando la mangiatoia piena, tendevano a farlo cadere a terra. Quando le bestie erano sazie si notava dal fatto che il cibo cominciava a restare sulla mangiatoia, oppure tentavano di dividere il fieno o l’erba dalla paglia. Al quel punto si provvedeva ad abbeverarle. Avevamo dei mastelli (in chianino mostelle) in legno, strette in fondo più larghe in cima, con due doghe contrapposte più lunghe e bucate che servivano da manico. Le mostelle potevano essere anche in metallo, ad esempio con un fusto da 100 litri tagliato a metà ce ne ricavavamo due, i manici ci venivano saldati. Queste mostelle, ne avevamo 4 o 5, si riempivano per poco più della metà con acqua tiepida e si portavano davanti alle bestie (in questo caso la parola “bestie” è un sinonimo di animale bovino). I vitelli richiedevano maggior cura nella nutrizione, come accennato, si facevano degli impasti con farine, per lo più di orzo di  produzione propria.

La pulizia delle bestie

Oltre a far mangiare le bestie e tenere in ordine la loro lettiera si provvedeva anche alla loro pulizia corporale, per questo si usava “brusca e striglia”. La striglia è una spazzola in metallo con delle lamine dentate e un manico in legno leggermente obliquo che serve per rimuovere dal cuoio pelli morte, peli ed ogni genere di sporcizia. Viene usato in senso rotatorio, anche in contropelo, ma delicatamente per non irritare la pelle. La brusca è una spazzola in legno a forma ovale con delle setole più o meno rigide, con sopra posta trasversalmente una cinghia che serve da impugnatura, con questa si toglie via lo sporco rimosso dalla striglia. I due arnesi si usano contemporaneamente, uno con la mano destra e l’altro con la sinistra. Il lavoro richiede molto tempo spesso devono essere due persone a farlo.

La preparazione del foraggio

Trincia foraggio al lavoro

Trinciaforaggio al lavoro

Finito di governare (dare da mangiare) al mattino si doveva provvedeva alla preparazione del foraggio per il pomeriggio, i bovini consumavano due pasti giornalieri. Per fare il segato (il foraggio triturato) avevamo il trinciaforaggi. Questo macchinario consisteva in una grossa ruota in ghisa con due larghi raggi cui erano applicate speciali taglienti lamine. La ruota si azionava manualmente per mezzo di un manico. Alla ruota, con degli ingranaggi, era collegato un nastro trasportatore che scorreva lungo un tunnel largo circa 50 centimetri e lungo oltre due metri. Tutta la struttura, molto pesante, poggiava su quattro gambe. Una persona andava alla ruota e cominciava a farla girare, appena tutto il meccanismo raggiungeva una certa velocità, l’altro addetto depositava man mano sul nastro trasportatore la giusta quantità di foraggio che veniva così tagliato dalle lamine ad una misura prestabilita; infatti la lunghezza del taglio era regolabile. Girare la ruota era molto faticoso, pertanto gli addetti si alternavano nei due ruoli. In seguito, con l’arrivo dell’elettricità nei poderi, si cominciò ad applicare dei motori ai trinciaforaggi. Il motore veniva posizionato in una mensola sul muro sopra la grande ruota e con una cinghia era collegato a questa. Bastava dare una spinta alla ruota e accendere interruttore per far si che il macchinario girasse a velocità sostenuta. Il manico veniva tolto, perché a quella velocità avrebbe costituito un pericolo per colui che vi si avvicinasse. Questo nuovo sistema permise ai contadini di risparmiare tempo e fatica. Tornando più indietro nel tempo ricordo che prima dell’arrivo dei trinciaforaggi, allo scopo venivano usati dei falcioni applicati a dei banchi che rendevano tutto il lavoro molto più disagevole. Continua…

Vasco Della Giovampaola 

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