Durante la trebbiatura si usava apparecchiare una tavola separata per i macchinisti, nella quale venivano serviti menù in parte diversi. Qui il pollo prendeva il posto dell’oco e questo era ritenuto un privilegio. Siccome questa tendenza riguardava quasi tutti i contadini si correva il rischio che alla fine anche questa carne venisse disprezzata dai macchinisti come succedeva per quella dell’oco sull’altra tavola. Sedersi insieme ai macchinisti, o machinisti come più spesso venivano chiamati, costituiva un grande onore. A quella tavola sedeva anche il capoccia (capo famiglia) ed eventualmente il padrone o chi per lui, come il fattore o altri incaricati. Il ricordo di questo privilegio negli anziani rimane ancora oggi, infatti mi capita, in occasione di feste o cerimonie varie, durante pranzi o cene, di sentir indicare i tavoli a cui sono sedute persone che si ritengono di maggior riguardo con questa espressione: “quella è la tavola dei machinisti”.

Un tavolata durante la trebbiatutìra a Norcia negli anni '70 (Fonte Pinterest)

Un tavolata durante la trebbiatura a Norcia negli anni ’70 (Fonte Pinterest)

Vi fu un periodo in cui il sindacato dei contadini suggeriva di non allestire la tavola separata per i macchinisti sostenendo la tesi che i lavoratori e le persone in genere hanno gli stessi diritti e possono mangiare benissimo alla stessa tavola. Il mio babbo riteneva che la tavola separata fosse utile al personale delle macchine in quanto, durante i pasti, potevano parlare dell’organizzazione del loro lavoro. Inoltre durante i cambi di aie gli orari dei pasti dei due gruppi di lavoratori potevano non coincidere. Succedeva quindi che ogni contadino allestisse la tavola come riteneva meglio, sia unica che separata. Tuttavia non ricordo che ci siano state lamentele da parte dei macchinisti nel caso in cui la tavola fosse la stessa per tutti. Anzi alcuni preferivano mangiare in compagnia di tutto il gruppo.

Manifestazione di contadini

Manifestazione di contadini (Fonte Toscananovecento.it)

Le dispute delle organizzazioni sindacali dei contadini non si limitavano certamente alle posizioni durante i pasti delle trebbiature. In alcuni anni, come oggi si parla di autunni caldi, si poteva parlare di estati calde o caldissime. Si organizzavano giornate di scioperi durante la trebbiatura. Doveva esserci però qualche giorno di preavviso per lo sciopero e non si poteva assolutamente rinviare la trebbiatura in un’aia nel caso che fossero già stati ammazzati gli ochi. Alle volte si ricorreva allo sciopero a singhiozzo: si sospendeva la trebbiatura per 15 o 20 minuti, si continuava poi a lavorare per qualche ora tornando di nuovo a scioperare, con diverse interruzioni durante la giornata. Questo sistema recava danno in particolare ai contadini, in quanto, allungando i tempi della trebbiature, faceva lievitare anche i costi.

Ma quali erano i motivi delle contese che portavano i mezzadri a scioperare? Si era ottenuta, come detto, la divisione dei prodotti del podere al 53% a favore dei contadini e adesso si lottava per alzare la quota al 60%. Questa richiesta non fu accolta dai proprietari terrieri. Solo agli inizi degli anni ’60, quando le campagne si stavano già spopolando, ci fu l’accordo per la divisione al 57%. Si può supporre che se, al momento, fosse stata accolta la richiesta di divisioni al 60% si sarebbe evitata o, comunque, rallentata la fuga dalle campagne. O forse il grande sviluppo industriale di quegli anni avrebbe ugualmente reso inevitabile tale evento.

Una bandiera issata sulla cima del pagliaio

Una bandiera issata sulla cima del pagliaio (fonte 1dailyphoto.wordpress.com)

Il fenomeno che a me è rimasto sempre poco comprensibile fu quello delle lotte per l’esposizione delle bandiere durante la trebbiatura. Particolarmente negli anni fine ’40 ed inizio ’50 sentivo parlare di fatti anche violenti, di minacce molto gravi tra contadini, che issavano bandiere, e padroni o loro incaricati, che andavano a toglierle. Per queste controversie si ricorreva anche a scioperi e alle volte dovevano intervenire i carabinieri. Di questi episodi non ho avuto esperienza diretta perché non si sono mai verificati nella nostra aia e neppure in quelle dei nostri vicini. Inoltre all’epoca ero troppo giovane per andare a lavorare durante le trebbiature. Ascoltavo i racconti che facevano i contadini senza sapere dove e quando gli episodi fossero avvenuti. Ricordo che negli anni successivi le bandiere venivano installate nei pagliai senza che nessuno protestasse. Non saprei però precisare se si fosse trattato solo di bandiere tricolori o anche rosse. Credo che il divieto di bandiera riguardasse quelle rosse. Su questo argomento i miei ricordi sono vaghi.

Racconterò, invece, il fatto di cui fu testimone mio fratello che avvenne sull’aia di un podere alla fine degli anni ’40. Per mio fratello era la prima volta che partecipava ad una trebbiatura: il contadino aveva chiesto alla nostra famiglia di fare lo scambio con due persone. Pertanto mio zio portò con se, su questa aia, anche mio fratello, nonostante fosse ancora molto giovane. La trebbiatura era quasi alla fine quando dalla grande bocca della trebbiatrice uscì paglia infiammata. Il fuoco sulla paglia ben secca, con il caldo, in un luogo aperto ha quasi lo stesso effetto che sulla benzina. I lavoratori che stavano sulla mucchia erano ormai a terra, quelli sulla pagliaina della lolla stando di lato ebbero abbastanza tempo per mettersi in salvo. Anche coloro che stavano sopra la trebbiatrice non ebbero difficoltà per scendere rapidamente dalla scaletta. Ma gli uomini che si trovavano sul pagliaio, che ormai era vicino alla vetta (forse qualcuno era già sceso perché non più necessario essendosi ristretto lo spazio) ebbero non minuti, bensì pochi secondi per mettersi in salvo. Non era pensabile poter raggiungere la scala per scendere. L’unica possibilità di salvezza fu quella di lasciarsi cadere lungo la parete del pagliaio dalla parte opposta del fuoco. Essendo il pagliaio a forma di pera, era possibile scivolate aggrappandosi alla paglia fino alla pancia senza prendere troppa velocità. Dal quel punto però la caduta era inevitabilmente libera. Fortunatamente lo strato di paglia che si formava durante la trebbiatura alla base del pagliaio attutì di molto l’effetto della caduta. Gli uomini furono tutti salvi. Uno di loro però subì un lieve ma permanente danno ad un piede.

Scorcio di vita durante la trebbiatura

Scorcio di vita durante la trebbiatura (Fonte vastospa.it)

Finita la trebbiatura i contadini conoscevano finalmente come era andata l’annata per il grano, cioè quanti quintali erano stati prodotti. Prima della trebbiatura si facevano delle previsioni, si creavano della aspettative che alle volte venivano con soddisfazione raggiunte, ma non mancavano le delusioni. Nel nostro caso,  avemmo solo una volta un risultato molto soddisfacente, che non ci aspettavamo. Fu un’annata buona per tutti, ma per noi lo fu in modo particolare. Il raccolto superò di oltre il 50% la media degli anni precedenti. Io avevo avuto la sensazione che ci fosse più grano del solito quando, sulla grande mucchia, maneggiando le manne, avevo notato che queste avevano “la testa” molto pesante e sollevandole con il forcello assumevano una posizione perfettamente verticale.

Alcuni quintali di grano, prima delle divisioni con il padrone, venivano accantonati per la successiva semina. La parte di nostra spettanza era destinata al consumo annuale della famiglia, se c’erano eccedenze il grano poteva essere venduto. Si calcolava che occorressero annualmente 3 quintali di grano per ogni persona. Quando la nostra famiglia era composta da 12 persone difficilmente restava del grano da vendere. A metà degli anni ’50 la mia famiglia si scisse e restammo 8 componenti. Grazie ad un nuovo podere e ai progressi dell’agricoltura (arature in parte con trattori, selezioni nei semi, maggiori concimazioni), i raccolti crebbero e ogni anno cominciammo a vendere una parte del grano.

Racconto di Vasco Della Giovampaola

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