La trebbiatura era l’ultimo atto per arrivare al raccolto più importante dell’anno quello del grano. Vasco della Giovampaola racconta come si svolgevano le operazioni di trebbiatura negli anni successivi al secondo dopoguerra, quando lui era bambino e ragazzo. Qui puoi legger la prima parte: La trebbiatura in Valdichiana (I parte)

Elevatore per il pagliaio. Fonte Cortonaweb.net

Elevatore per il pagliaio. Fonte Cortonaweb.net

La paglia che usciva dalla bocca anteriore della macchina finiva sulla scala. L’attrezzo che chiamavamo scala era una struttura in legno con delle cinghie cui erano fissati degli speciali rastrelli che giravano continuamente e avevano la funzione di nastro trasportatore. La scala era flessibile, poteva essere alzata ed abbassata, ma anche allungata e accorciata, pertanto trasportava la paglia nel punto scelto per realizzare il pagliaio. Il pagliaio nella grande maggioranza dei casi aveva la base circolare ed al centro lo stollo che serviva da sostegno. Alcuni contadini, di solito quelli che avevano aie più grandi, usavano realizzare il mucchio della paglia con base rettangolare. In questo caso non serviva lo stollo in quanto la forma a parallelepipedo non richiedeva alcun sostegno. Questi pagliai a base rettangolare li chiamavamo seste.

Pagliaio. Fonte Una foto al giornoPagliaio. Fonte Una foto al giorno

Pagliaio. Fonte Una foto al giorno

La scala scaricava la paglia accanto allo stollo. Appena si era formato un piccolo mucchio gli addetti al pagliaio cominciavano a spargerla. Uno di questi aveva la funzione di pagliarolo, cioè era responsabile della realizzazione del pagliaio. Per muovere la paglia si usavano solo forche (attrezzi costituiti da legni a forcella) in quanto i tradizionali forconi metallici risultavano inadatti e anche pericolosi per questa funzione. La tecnica di costruzione del pagliaio era simile a quella della mucchia e anche la forma a pera era la stessa. Le difficoltà, però, erano di gran lunga maggiori in quanto in questo caso non si dovevano sistemare fasci legati, ma paglia sciolta. Il lavoro sul pagliaio era uno dei meno graditi tra quelli della trebbiatura in generale. La paglia scaricata dalla scala finiva anche sulla testa degli uomini, inoltre si creava molta polvere e il lavoro era faticoso in quanto camminando sulla paglia si affondava fino alla cintura. Anche sul pagliaio come sulla mucchia servivano 5 persone.

Per la lolla (le brattee o glumelle, che racchiudono il chicco) veniva realizzata una catasta a base rettangolare che chiamavamo sestina. Sulla sestina stavano due persone: il responsabile della costruzione e un aiutante. Altre 3 persone restavano a terra con il compito di togliere la lolla da sotto la trebbiatrice, avvicinarla alla massa e deporvela sopra. Per svolgere questo lavoro usavano due particolari attrezzi: una tavola con fissata una corda alle due estremità ed un forcone di legno con 6 o 8 grossi corni. Un addetto con la tavola in mano, abbassandosi, entrava sotto la trebbiatrice. Un altro, tenendo la corda sotto le braccia trainava via la tavola. Percorrevano così quei 5 o 6 di metri fino alla sestina trasportando il mucchio di lolla che si era depositato sotto la macchina. Dopo qualche minuto partivano per un altro viaggio. Il quinto addetto con il forcone depositava la lolla sopra la massa. Si capisce benissimo che questo lavoro, anche se poteva non essere tra i più faticosi, esponeva più di ogni altro gli addetti alla polvere. Pensate quanta lolla si prendeva sopra la testa la persona che entrava sotto la bocchetta . Alla fine della trebbiatura si era formato un parallelepipedo alto circa due metri. Considerato quanto la lolla sia un materiale fino e leggero c’è sicuramente da meravigliarsi di come questa massa non franasse neanche con il peso delle due persone che vi stavano sopra. Era merito degli addetti che riuscivano a compattarla e renderla salda. Tuttavia alle volte succedeva che franasse e allora non era facile rimediare.

Addetto alla chiusura sacco del grano. Fonte LonbardiaBeniCultrurali

Addetto alla chiusura sacco del grano. Fonte LonbardiaBeniCultrurali

A ciascuna delle tre bocchette, dove usciva il seme del grano, veniva fissata un sacco o più spesso una balla di iuta. Le bocchette avevano una leva per chiuderle ed aprirle, abbassando la leva si apriva la bocchetta e contemporaneamente si stringeva il contenitore attorno alla bocchetta stessa. Dalla prima bocchetta usciva il seme di scarto, quello troppo piccolo o spezzato che chiamavamo conciglio. Un solo contenitore per il conciglio di solito era sufficiente per tutta la trebbiatura. Le altre balle, man mano che si riempivano, venivano sostituite e trasportate nel luogo dove era posizionata la pesa. Per questo servizio erano occupate due persone. Su un bastone impugnato ai lati i due addetti vi appoggiavano un contenitore pieno di grano, il peso doveva essere di circa un quintale, e sollevandolo lo trasportavano fino alla pesa. Nel luogo della pesa, solitamente una capanna o una rimessa, stavano altri due addetti che, con una bascula, pesavano le balle e aggiungevano o toglievano seme fino a che non si raggiungeva il peso netto del quintale. Qui stavano anche il padrone del podere, o chi per lui, e il contadino per controllare i pesi e anche per contare le balle che venivano riempite. Questo lavoro era abbastanza pulito, non esposto alla polvere, però si dovevano maneggiare grossi pesi. In seguito i proprietari delle trebbiatrici cominciarono a portare, con gli altri attrezzi, uno di quegli speciali carrellini con le ruote piccole che servono anche per spostare i sacchi all’interno dei magazzini. Su questo attrezzo gli addetti caricavano i contenitori e mentre uno conduceva il carrello l’altro aiutava spingendo. Sicuramente si faceva meno fatica anche se le piccole ruote sull’aia non scorrevano bene come all’interno dei magazzini. Queste persone dovevano fare attenzione in quanto, a volte, succedeva che, mentre erano distanti, la balla sotto la bocchetta della macchina si riempisse e il grano finisse a terra. Inoltre, durante il riempimento, la balla poteva staccarsi dalla bocchetta. In questi casi si cercava di nascondere i chicchi caduti con un po’ di polvere, che non mancava mai intorno alla trebbiatrice. Per il contadino il grano versato non era un danno perché poteva raccoglierlo alla fine della trebbiatura per i polli. Durante la trebbiatura le balle di grano assegnate al contadino si portavano a destinazione, in genere in un granaio situato al primo piano dell’abitazione. Gli addetti si caricavano, aiutandosi l’un l’altro, una balla di un quintale sopra le spalle e con questa salivano le scale fino a raggiungere il granaio.

Negli anni ’40 e inizio anni ’50, quando la mia famiglia abitava al podere “La strada”, avevamo dentro una capanna in paglia, una fossa profonda circa 5 metri. La fossa aveva forma circolare ed era coperta da una lapide. Prima della trebbiatura, una persona, di solito mio zio, scendeva dentro la fossa. Da sopra gli veniva calato un lungo e flessibile torchio fatto con paglia di segale (in chianino segola). Mio zio partendo dal fondo avvolgeva con il torchio la parete della fossa fino al coperchio. Su questo deposito, ben protetto dall’umidità, durante la trebbiatura mettevamo il nostro grano.

Foto di gruppo duramte la trebbiatura a Sarteano (SI) - Fonte storiedipiatti.it

Foto di gruppo durante la trebbiatura a Sarteano (SI) – Fonte storiedipiatti.it

In un’aia di medie dimensioni la trebbiatura durava al massimo una giornata. Alla fine si facevano le divisioni definitive del grano. A quel tempo vigeva il contratto di mezzadria. Però con lotte sindacali i contadini avevano ottenuto che tutti i prodotti venissero divisi con la quota del 53% a loro favore. L’attrezzatura veniva trasportata in un’altra aia. Per il contadino restava da raccogliere il grano rimasto a terra e fare la cima alla sestina della lolla, con urgenza perché anche una breve pioggia avrebbe provocato gravi danni. Per la cima della sestina si usava la paglia che restava a terra intorno al pagliaio. Inoltre entro breve tempo la massa della lolla doveva essere rivestita anche lateralmente perché non si bagnasse e non franasse. Per questo si usavano mannelle di canne del lago.

Vorrei fare il punto sul numero di persone che occorrevano per la trebbiatura relativamente solo ai lavori sull’aia. Cinque persone per la mucchia, per il pagliaio e per la lolla, quattro per il grano, un totale di 19. Questo numero deve essere raddoppiato in quanto si facevano dei cambi, un’ora di lavoro ed una di riposo. Si arrivava così a 38 persone. A queste dobbiamo aggiungere 3 tagliatori di balzi in quanto per questo lavoro le ore di riposo erano due. Abbiamo un totale di 41 persone senza considerare i macchinisti e i componenti della famiglia. Occorre però precisare che nel corso di quegli anni ci furono dei progressi per quanto riguarda le attrezzature per la trebbiatura. Il primo fu l’invenzione della scalina per la lolla. Questo accessorio funzionava esattamente come la scala per la paglia solamente era molto più piccola. Non fu più necessario entrare sotto la trebbiatrice: la lolla, come la paglia, veniva scaricata direttamente sulla massa. Con questo nuovo sistema si risparmiarono tre lavoratori per ogni turno. L’altra invenzione che segui fu il sollevatore. Questo attrezzo stava piazzato sopra il battitore. Si poteva alzare ed abbassare ed era girevole. Durante il trasporto veniva posizionato per lunghezza sopra la trebbiatrice. Durante il lavoro stava a contatto della mucchia, prima il alto poi in piano ed alla fine in basso. Come le scale aveva un nastro trasportatore. In cima aveva tre dischi dentati roteanti che servivano a tagliare i legacci delle manne prima che queste entrassero dentro il battitore. Con il sollevatore ci fu certamente un miglioramento per quanto riguarda la sicurezza e anche un risparmio di mano d’opera in quanto non servivano più i tagliatori di balzi e gli imboccatori.

Mietitrebbiatrice del 1957 di proprietà dell'Università di Catania

Mietitrebbiatrice del 1957 di proprietà dell’Università di Catania

Con trattori sempre più moderni e con questi nuovi accessori il sistema di trebbiatura aveva raggiunto il massimo della sua efficienza. Non era destinato, però, a durare a lungo. Eravamo vicino agli anni ’60 e stavano facendo le prime apparizioni le mietitrebbiatrici. Con mio fratello ne andammo a vedere una all’opera da un contadino non distante da noi. Non ci fece una grande impressione. In particolare notammo che il grano usciva non perfettamente pulito, era mischiato a polvere. In seguito furono migliorate e raggiunsero anch’esse la perfetta efficienza. Nel giro di pochi anni soppiantarono interamente l’ormai vecchio sistema di trebbiatura. Per cui negli anni ’70 si facevano già le rievocazioni storiche della trebbiatura sull’aia.

Racconto di Vasco Della Giovampaola

Continua con La colonna sonora della trebbiatura in Valdichiana 

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