Negli anni 50 venne in uso un’altra macchina: la mietilega. Servirsi di questo attrezzo era una scelta dei contadini. Con questa macchina potevano certo alleviare la fatica, il costo però era completamente a loro carico. Il mezzo agricolo veniva fornito da terzisti che provvedevano anche ai conducenti.

Mietilega al lavoro

Mietilega al lavoro

La mietilega aveva, come la falciatrice, una barra falciante laterale. Sopra aveva una grossa rastrelliera rotante che sostituiva il rastrellino manuale nell’accompagnare il grano durante il taglio. Un nastro trasportava il grano tagliato all’interno della macchina dove si formavano delle manne circa della stessa dimensione di quelle fatte con il tradizionale sistema. Le manne venivano automaticamente legate con corde ed espulse da un braccetto a molla. Questo sistema di espulsione non piaceva molto ai contadini in quanto la manna, cadendo di slancio da un’altezza rilevante, faceva sbattere le spighe sul terreno provocando la perdita di un po’ di seme. La mietilega aveva, anche, altri difetti. Tagliava lo stelo del grano più in alto pertanto una certa quantità di paglia, che allora era molto utile, rimaneva sul campo. Inoltre era molto larga e per farla passare occorreva ampliare le strade con un giro di falciatrice tradizionale. La nostra famiglia usava la mietilega solo nei campi più grandi.

Mietitura del grano Italia, 1942. Autore Ernesto Fazioli

Mietitura del grano Italia, 1942. Autore Ernesto Fazioli

Man mano che il grano era stato mietuto, con l’uno o con l’altro sistema, veniva lasciato per qualche giorno ad asciugarsi al sole, prima di passare alla raccolta. Per la raccolta si procedeva creando un circolo in mezzo al campo. Raccoglievamo le manne e facevamo dei mucchietti intorno ad un centro. Noi posizionavamo le manne con le spighe rivolte all’interno, mentre altri contadini facevano il contrario. A noi sembrava che le spighe all’interno fossero più protette. Man mano che i mucchietti crescevano il circolo prendeva forma. Alla fine restava solo qualche varco per poter entrare con le ultime manne. Il cerchio poteva essere completamente chiuso mettendo delle manne sull’ultimo varco dall’esterno. Ciò poteva essere necessario, sui campi vicini alle case per proteggere il grano dal pollame. Su ogni campo venivano formati vari circoli, ovviamente in proporzione della superficie del campo stesso.

I circoli venivano poi trasformati in mucchie. Per questo lavoro occorrevano due persone, nella mia famiglia di solito lo svolgevano mio padre e mia madre e quando la famiglia era più grande anche mio zio e mia zia. La donna porgeva le manne e l’uomo le sistemava. La costruzione della mucchia iniziava mettendo in piedi tre manne,con le spighe in alto, una appoggiata all’altra. Poi tutt’intorno si sistemavano ancora manne sempre più sdraiate fino a raggiungere un diametro di circa 2 – 2,5 metri. L’ultima fila delle manne stava con le spighe sopra l’estremità della manna della fila precedente in modo che le spighe non toccassero in nessun caso il terreno. Ciò era molto importante perché in caso di forti piogge, durante la permanenza delle mucchie sul campo, l’acqua che si infiltrava sotto la mucchia non doveva raggiungere le spighe. Altrimenti queste avrebbero “messo i baffi”, come dicevano i contadini, in sostanza i chicchi di grano avrebbero germogliato.

Creata la base della mucchia si continuava a mettere manne, questa volta iniziando dal giro esterno e collegando le manne con giri interni. Ad un’altezza di circa un metro il mucchiaiolo cominciava a far sporgere un po’ più le manne verso l’esterno, in questo modo creava la pancia della mucchia. In seguito, raggiunta l’altezza di circa di 1,8 metri cominciava a restringere il diametro fino a creare la cima che era formata da manne in posizione verticale. Occorreva, man mano che si costruiva la mucchia, fare attenzione alla quantità di manne rimaste per riuscire ad avvettare la mucchia senza che queste avanzassero. Alla fine la mucchia aveva la forma a pera e un’altezza di circa 3 metri.

Racconto di Vasco Della Giovampaola

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