La coltura del grano per i contadini della Valdichiana negli anni ’40 e ’50 era sicuramente la più importante. Anche se dal punto di vista del reddito era forse superata dall’allevamento del bestiame, aveva un valore quasi sacro perché con questo raccolto le famiglie si assicurano il pane per tutto l’anno.

Spighe di grano

Spighe di grano

La semina del grano si effettuava in un periodo di tempo abbastanza limitato, anche se su questi lavori influivano molto le condizioni meteorologiche. Per la semina occorrevano circa due settimane di tempo ed erano l’ultima di ottobre e la prima di novembre. Che il periodo ideale per la semina fosse questo lo confermano anche i proverbi che sentivo dire sempre da mio nonno: “Pe’ santi mezzo addietro e mezz’avanti” e “San Martino la semente del pigherino” (pigro) . Pertanto se ai Santi (1 novembre) la semina era a metà e per San Martino (11 novembre) era già tardiva il periodo ideale era rigorosamente quello.

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La lavorazione dei terreni destinati a grano (ogni anno circa un terzo della superficie totale del podere) cominciava però molto prima, alla fine dell’estate. L’aratura negli anni dell’immediato dopo guerra veniva effettuata con l’aratro trainato da bestiame (vacche o buoi) che chiamavamo “il melotte”. Il nome era quello di una marca molto diffusa che produceva aratri. Al melotte, specie quando i terreni erano più asciutti e duri, si attaccavano due coppie di bestie e a volte anche tre, era il protelo. Quando ero ragazzo ricordo che in estate ero anche io costretto ad alzarmi molto presto per andare a “toccare il protelo” (si usava proprio questa espressione). Il mio lavoro durante l’aratura consisteva nel guidare la coppia di bestie che stava davanti. Lo facevo camminandogli a lato e tenendo in mano le funicelle (le chiamavamo paiali) che erano legate al freno applicato al naso delle bestie. Mentre dietro stava un adulto, di solito mio fratello che doveva tenere il melotte nella giusta posizione e contemporaneamente guidare la prima coppia di bestie attaccata direttamente all’attrezzo. In seguito per l’aratura dei terreni, in estate e in alcuni appezzamenti più duri, si cominciò ad usare i trattori. Nelle aziende più grandi i trattori venivano forniti dai proprietari, nelle piccole si incaricavano terzisti. Il costo era a carico dei contadini.

Buoi aggiogati all'aratro

Buoi aggiogati all’aratro
(Foto tratta dal volume “Quando s’era contadini…” di G. Civitelli e B. Pellegrini, Arti Grafiche Ticci, 1997)

Prima della semina si provvedeva alla concimazione dei terreni. Non tutti ne avevano bisogno e si tendeva ad escludere quelli che precedentemente erano stati coltivati a prato, in particolare ad erba medica, che erano già ricchi di azoto. Il concime chimico veniva acquistato dai consorzi agrari o da commercianti privati. Era contenuto in grosse balle, era in polvere e per colore e consistenza era simile alla cenere. Veniva steso sui campi a mano, utilizzando come contenitori dei panieri, gli stessi che servivano per la vendemmia e per diversi altri usi. I panieri erano costituiti da intrecci di rametti di vinco o altri vegetali flessibili e per l‘occasione venivano rivestiti all’interno con un panno per evitare che il concime uscisse. I contadini riempivano questi panieri e andavano nei campi. Con una mano tenevano il paniere e con l’altra, camminando, spargevano il concime cercando di farlo in maniera più uniforme possibile. Naturalmente questo lavoro non poteva essere fatto nelle giornate ventose altrimenti quella polvere sarebbe finita chissà dove.

Erpicatura

Erpicatura a mano (foto del signor Giulio Oggioni)

Prima di seminare era necessario preparare il terreno. Nel primo passaggio, specialmente quando il terreno era stato arato da asciutto ed era pieno di grosse motte (zolle), si usava l’erpico (erpice) piano. L’erpico piano era un attrezzo molto semplice, fatto interamente di legno, che i contadini costruivano da soli. Era costituito da una tavola d buon legno pesante a forma rettangolare (con smussatura ai lati) le cui misure per quanto ricordi dovevano essere circa le seguenti: 3 metri di lunghezza, 30 centimetri di altezza e 12-15 centimetri di spessore. Al centro veniva applicato ad incastro un lungo legno rotondo che serviva da timone a cui veniva attaccata la coppia di bestie che dovevano trainarlo. Come rinforzo si applicavano due tavolette in obliquo ai due lati che partivano dal timone e si fissavano alla grossa tavola. Inoltre veniva installato, attraverso un foro praticato sul timone, un paletto in verticale che aiutava il conduttore a restare in piedi sopra l’erpice. Questo arnese serviva a livellare il terreno. Al suo passaggio il campo si trasformava da un mottaio ad una superficie piana in alcuni tratti liscia. Però se non c’era stata sufficiente pioggia le motte erano troppo asciutte e questa lavorazione riusciva meno efficace. In questi casi si appesantiva l’erpico con delle pietre e vi salivano sopra oltre al conducente ancora una o due persone. Anche a me da ragazzo capitava di dover salire sopra l’erpico. Me ne stavo accovacciato perché non era possibile restarvi in piedi in quanto sopra quelle motte l’erpice rimbalzava letteralmente. C’era, evidentemente, del pericolo in questo lavoro. Occorreva stare molto attenti, in caso di perdita di equilibrio dovevamo cadere all’indietro per non avere conseguenze.

Dopo questo passaggio entrava in scena un altro erpice, il quaranta denti. Si chiama così perché era costituito da due specie di gabbie in ferro che sotto avevano ciascuna 20 lunghi e grossi chiodi con la punta leggermente piegata in avanti. Le due parti erano unite da catenelle in modo che durante il lavoro non si scostassero l’una dall’altra. Per il traino e per l’appesantimento si usavano le stesse modalità dell’altro attrezzo. In questo caso l’equilibrio del conducente che vi saliva sopra era ancora più precario in quanto non esisteva nessun sostegno verticale. Nelle annate in cui era caduta la giusta quantità di pioggia un passaggio con l’erpico piano ed uno con il quaranta denti erano sufficienti per rendere il terreno pronto alla semina. In caso di scarsa pioggia non bastavano neanche più passaggi con i due mezzi. Occorreva affinare manualmente il terreno colpendo le motte asciutte con l’occhio (parte superiore) della zappa. In questi casi i tempi della semina si allungavano.

Vasco Della Giovampaola

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