Un ragazzo degli anni ’50 racconta la coltivazione della canapa in Valdichiana, quando l’Italia era il secondo maggior produttore di canapa al mondo. Il nostro Paese era soprattutto conosciuto per la produzione di fibre tessili, per secoli un’eccellenza italiana. Nel 1975, dopo la legge Cossiga contro gli stupefacenti, la canapa è completamente scomparsa dalla penisola. Da qualche anno alcuni pionieri, tra mille difficoltà, sono tornati a coltivare questa pianta dai molteplici utilizzi. Ecco la testimonianza su come la canapa veniva coltivata e utilizzata fino a pochi decenni fa.

Campo di canapa

Campo di canapa

di Vasco Della Giovampaola

In Valdichiana negli anni ’40 e ’50 non mancava la coltura della canapa. Di solito si seminava nella capitagna di un campo. Chiamavamo capitagna quella striscia di terreno che stava in cima e in fondo ai campi dove le bestie con gli attrezzi manovravano durante la lavorazione e che alla fine venivano arati in senso verticale. Si trattava quindi di piccoli appezzamenti. La semina, per quanto ricordi, si faceva a mano in primavera. Le piante si sviluppavano fino ad un’altezza di oltre due metri con gli steli molto consistenti, così fitti che era impossibile entrarci in mezzo. Durante la fioritura colpiva l’odore intenso, inebriante che emanavano. Inoltre nelle ore calde della giornata si sentiva un forte ed incessante ronzio di insetti.

podere

Il podere in cui si trovava la vasca per la macerazione della canapa, ora ricoperta

La raccolta si faceva a fine estate. Con una falcetta si tagliavano le piante raso terra, si legavano in piccole mannelle e con il carro si portavano a casa nell’aia. In seguito si procedeva alla lavorazione molto complessa che vedremo. Dalle piantine raccolte si prendevano i semi. Successivamente le mannelle di canapa si mettevano a macerare nell’acqua. Questa operazione era fondamentale per ottenere una buona stoppa, che era la materia prima principale estraibile da questa pianta. La canapa restava nell’acqua per 15-20 giorni, poi veniva messa ad asciugare. Occorre precisare che noi non avevamo, in quel periodo dell’anno, acqua a sufficienza per la macerazione della canapa. Pertanto la portavamo da un contadino che abitava ad una distanza di qualche chilometro da noi il cui podere aveva acqua in abbondanza. C’era il quel podere una vasca rettangolare, profonda un paio di metri, ben squadrata che sembrava una piscina. Aveva una vena superficiale e l’acqua limpida vi scorreva continuamente. Intorno a questa vasca le “forme” o canalette erano sempre piene d’acqua. Là dentro mettevamo la nostra canapa a macerare.

Attrezzi per la lavorazione della canapa

Attrezzi per la lavorazione della canapa conservati dal Museo itinerante della canapa

Per l’estrazione della stoppa dagli steli della canapa si usavano speciali attrezzi che chiamavamo mascelle. Le mascelle erano costituite da un banco di legno con 10 lamine sempre in legno unite insieme con un perno ad una estremità. Alternativamente la metà delle lamine erano fissate al banco, mentre le altre, unite da un manico, si alzavano ed abbassavano manualmente in modo che incastrandosi con quelle fisse rompevano gli steli della canapa. Da questa funzione, simile alla masticazione, questi attrezzi dovrebbero aver preso il loro nome. La canapa, una manciata alla volta, si passava sotto l’attrezzo. Con una mano si alzavano ed abbassavano le mascelle e con l’altra si faceva scorrere la canapa. Per frantumare completamente gli steli occorreva insistere con questa masticazione abbastanza a lungo. Successivamente si passava la fibra su dei grossi pettini in modo da liberarla completamente da residui legnosi ed allo stesso tempo affinarla.

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