L'albero di Canfora sull'Isola Bella nel Lago Maggiore

L’albero di Canfora sull’Isola Bella nel Lago Maggiore

Questo inverno nel Bosco di Ogigia ha fatto un po’ più freddo che negli ultimi anni e le temperature rigide mi hanno dato una importante lezione che dovrò tenere presente nella progettazione della mia food forest. Se è vero che il clima sta cambiando e che il 2016 è stato l’anno più caldo sulla Terra da quando si ha disponibilità di dati, questo non significa che le vecchie fasce climatiche non valgano più o che le piante e gli animali abbiamo cambiato le loro esigenze rispetto al clima. Presa dall’entusiasmo e dalla voglia di sperimentare, nel Bosco di Ogigia ho piantato e seminato specie vegetali non proprio tipiche della Valdichiana e i nodi stanno venendo al pettine. Ecco le lezioni che mi hanno dato canfora, fico d’india, lavanda, corbezzolo, stevia e aloe.  

 

Attuale stato dell'albero di Canfora nel Bosco di Ogigia

Attuale stato dell’albero di Canfora nel Bosco di Ogigia

Una delle essenze che più mi affascinano, tra quelle piantate nel Bosco di Ogigia, è la canfora. Un bellissimo e profumato albero originario dell’Asia orientale. È coltivato anche in Italia, nell’area mediterranea, ma in inverno va protetto dal gelo, per esempio avvolgendo con della paglia i piedi del tronco. Ne esiste un esemplare molto conosciuto nei giardini del palazzo Borromeo sull’Isola Bella nel Lago Maggiore piantato nel 1820. Sta per compiere 200 anni, ma è ancora un giovinetto dal momento che il Cinnamomum camphora può vivere per più di mille anni. Il mio albero di canfora rischia, però, di non superare l’inverno. Ecco come stanno le sue foglie dopo le gelate di dicembre e gennaio. Le gemme mi sembrano in buone condizioni e  forse si riprenderà, ma non sono certa che potrà resistere all’infinito a delle temperature che non fanno per lui.

Il triangolo delle piante grasse nel Bosco di Ogigia

Il triangolo delle piante grasse nel Bosco di Ogigia

Nel mio monticello riservato alle piante grasse ho messo tante diverse succulente, tra cui il fico d’india, della famiglia delle Cactaceae, un pianta originaria del Messico che si è ben adattata al clima mediterraneo, ma non a quello di casa mia. Con una copertura di tessuto non tessuto anche lei ha superato a stento l’inverno offrendo a febbraio il primo raccolto del nuovo anno nel Bosco di Ogigia (dei bei fichi rossi). Sono certa che non sia una pianta felice della sua dimora. Come si vede nella foto il suo portamento è un po’ abbacchiato. Per non parlare dell’aloe vera che, prediligendo i climi caldi e secchi, si è completamente arresa al freddo e all’umidità di queste parti. Se la sono cavata meglio altre succulente. Ora almeno so qualcosa in più sulla gestione del mio triangolo dedicato alle piante grasse.

Tarda fioritura del corbezzolo

Tarda fioritura del corbezzolo

Altra pianta da me fortemente voluta è stata il corbezzolo, arbusto sempreverde con i colori della bandiera italiana. È meraviglioso con i suoi frutti rossi autunnali appesi ai rami verdi fioriti di bianco. Solo che il corbezzolo cresce spontaneamente nella macchia mediterranea, cioè vicino al mare, dove la temperatura non va mai sotto zero. In autunno mi ha regalato una splendida fioritura, poi le gelate hanno seccato tutti i fiori. Non posso aspettarmi frutti dunque, anche se qualche fiorellino si è presentato adesso per riparare il riparabile. Le foglie, in compenso, sono rimaste verdi. Spero che il mio corbezzolo cresca e continui a rallegrare il Bosco di Ogigia ogni inverno, anche se non mi darà mai ingenti raccolti delle sue bacche sferiche. Io per aiutarlo continuerò a mettere aghi di pino alla sua base per acidificare il terreno come piace a lui.

Sembra senza chance di sopravvivenza la stevia, pianta erbaceo-arbustiva perenne, utilizzata come dolcificante ipocalorico naturale. L’ho piantata in un angolo dell’aiuola di fragole, ma ha perso tutte le foglie e ora ne resta solo uno scheletro secco. Aspetto la primavera prima di darla per spacciata. Per quanto riguarda la lavanda, consiglio di scegliere le varietà più adatte ai climi con inverni rigidi. Io ne ho due diverse, una più resistente al freddo, l’altra più sensibile. Quest’ultima ogni inverno lascia seccare molti dei suoi rametti, che io utilizzo per profumare gli armadi.

Quale insegnamenti posso trarre da questo inverno? Accettare il feedback. Il quarto dei dodici principi della permacultura codificati da David Holmgren raccomanda: applica l’autoregolamentazione e accetta il feedback. Questa frase, nella progettazione in permacultura, ha molti significati. Io accolgo il consiglio di tenere in considerazione i danni del freddo alle piante originarie di altre latitudini e mi impegno a cercare e inserire specie adatte al clima e al terreno che posso offrire. Al contempo continuerò a perseguire la biodiversità e a sperimentare un po’, perché in effetti i cambiamenti climatici sono in corso e la natura ha iniziato a cercare un nuovo equilibrio. Il primo principio di Holmgren  dice invece: osserva e interagisci. C’è molto da osservare anche in un campicello come quello a cui è dedicato questo diario, ma saper osservare è una capacità importante sempre e ovunque.